Cos’è il turismo sostenibile e come sta cambiando

Il trend iniziato già negli ultimi cinque anni ha subìto un vero e proprio sprint per via della pandemia

Il trend iniziato già negli ultimi cinque anni ha subìto un vero e proprio sprint per via della pandemia. A raccontare a SiViaggia di come il turismo in Italia stia diventando sempre più sostenibile è la Prof.ssa Renata Salvarani, ordinario di Storia del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, dove dirige il Centro Studi Heritage e Territorio ed è membro dell’ICOMOS e componente del Comitato Scientifico delle Vie Francigene.

“Più che di un tipo di turismo si tratta di un atteggiamento di rispetto nei confronti dell’ambiente“, spiega Salvarani “e, soprattutto, delle persone che vi vivono, entrando in relazione con le comunità locali, condividendo il più possibile la loro vita”.

Si parla tanto di turismo sostenibile, ma spesso si fa confusione: in cosa consiste di preciso?

“È un’etichetta che corrisponde alle forme di turismo che mantengono un equilibrio rispetto all’ambiente, inteso nel senso più ampio, includendo sia gli elementi naturali sia la dimensione delle comunità locali. Presuppone la conoscenza e la tutela di biodiversità, specificità ecologiche, patrimoni culturali. Si basa, da un lato, su una pianificazione attenta alle diverse implicazioni territoriali e alle specificità dei soggetti presenti in un’area e, dall’altra, e sulla consapevolezza da parte dei viaggiatori dell’impatto della loro presenza sugli ecosistemi.

Si tratta di un’impostazione complessiva del management territoriale e, insieme, delle modalità di fruizione, considerati come elementi dinamici di un unico processo rispettoso delle esigenze dell’ambiente e di tutti i soggetti coinvolti. Territori dalla storia stratificata, ricchi di segni, simboli e tradizioni vive tutt’oggi, come quello italiano, sono privilegiati in questa prospettiva. Margini di sviluppo si aprono in particolare per le aree montane appenniniche, per gli spazi meno valorizzati, per le zone interne del Centro Sud”.

Com’è cambiato questo tipo di turismo rispetto agli ultimi anni e al periodo pre e post pandemia?

“Sta vivendo un momento particolarmente favorevole. Il trend era già evidente negli ultimi cinque anni, in relazione con l’aumento dei cosiddetti “nomadi digitali”: lo sviluppo di progetti e sistemi di servizi orientati in questa direzione e il coinvolgimento di un numero crescente di giovani evidenziavano da tempo un cambiamento in atto. Le restrizioni imposte per contenere la pandemia hanno fatto da acceleratore. Non disponiamo ancora di dati sistematici, ma la tendenza è rilevata anche nel XXIV Rapporto sul turismo italiano realizzato dal CNR.

Si va accentuando soprattutto la richiesta di mobilità esperienziale: i cammini, le Cultural Historical Routes, i percorsi di pellegrinaggio vengono riscoperti a partire dalla dimensione antropologica dell’atto di camminare. Una “walking society” si sta delineando non solo in senso simbolico, ma proprio a partire dall’esperienza del mettersi o ri-mettersi in movimento, passo dopo passo. La parte del mercato turistico che non è stata completamente azzerata durante la pandemia è stata proprio questa. Ora sta dando vita a vere e proprie innovazioni che potrebbero radicarsi nelle abitudini condivise”.

Quali iniziative e quali progetti stanno nascendo?

“L’innovazione si innesta su realtà che esistono da secoli, a partire dalla storia stessa dell’Europa e dalla natura dell’essere umano, che è viaggiatore. L’Associazione Europea delle Vie Francigene è impegnata nell’azione “Road to Rome 2021“, un percorso a tappe adatto al pubblico più ampio che si affianca alla scoperta dei prodotti agricoli dei singoli territori attraversati dalla rete dei tracciati medievali che hanno unito Canterbury con Roma.

L’iniziativa promuove anche un sistema di crowdfunding mirato a sostenere attività locali e sperimentazioni. Anche in vista del Giubileo del 2025, Roma emerge come spazio specifico che necessita di essere raccordato in modo efficace con il mondo dei “walkers”: il Centro Studi Heritage e Territorio dell’Università Europea di Roma ha attivato alcune ricerche sul campo per individuare percorsi in grado di unire in modo coerente e funzionale le tappe rurali con il contesto della metropoli di oggi. La cosiddetta “Francigena del Sud“, un set di progetti territoriali destinati ai walkers e al turismo sostenibile tra Roma e i porti della Puglia, sta puntando sullo sviluppo di percorsi secondari attraverso le aree interne dell’Italia meridionale.

Vi si collegano il rilancio del Parco Regionale dell’Appia Antica, finanziato nell’ambito del PNRR, e iniziative locali promosse dai santuari pugliesi, a partire da Monte Sant’Angelo e dal suo Museo del pellegrinaggio. Altri percorsi storici si avviano verso il riconoscimento ufficiale da parte del Consiglio d’Europa, come la Romea Strata, che collega l’Europa orientale con Roma attraverso le Alpi. Il punto su questi percorsi fondati sulla ricerca storica si farà il 28 e 29 maggio nel meeting on line “Homo Viator”, promosso dalla Fondazione Terrasanta. Anche i consorzi di produttori più legati al territorio stanno lanciando itinerari da fare a piedi: è il caso della Strada del Bardolino, che si snoda per oltre 100 chilometri su 18 percorsi fra vigneti, ulivi, chiese medievali e castelli in provincia di Verona”.

È un tipo di esperienza adatto a tutti (famiglie, sportivi ecc)?

“Senz’altro sì, è una modalità molto duttile di fruizione del territorio, che si presta bene ad essere adattata alle esigenze di ciascuno e anche ad essere alternata a tratti in auto, in bici o in moto, a condizione che in loco vengano offerti servizi adeguati”.

Se dovesse stilare un decalogo del perfetto turista (sostenibile) quali sarebbero i consigli o i doveri?

“In realtà è molto più di un insieme di regole, si tratta di un atteggiamento di rispetto nei confronti dell’ambiente e, soprattutto, delle persone che vi vivono, a partire da chi si incontra, dai lavoratori del turismo, delle comunità locali nel loro insieme. Però serve molto meno di un decalogo: prima di partire, acquisire il maggior numero di informazioni sul territorio, sugli attraversamenti e sui servizi; utilizzare le tecnologie informatiche a disposizione (in particolare le cartografie digitali e i sistemi di georeferenziazione); rispettare l’ambiente seguendo le indicazioni locali (che in Europa sono quasi sempre ben esplicitate, anche fuori dalle aree protette); essere disponibili a incontrare altre persone lungo il cammino sviluppando una vera e propria cultura dell’incontro; entrare in relazione con le comunità locali condividendo il più possibile la loro vita”.

Cosa possono fare le strutture ricettive e gli operatori del settore per contribuire questo tipo di turismo?

“Sviluppare e comunicare all’esterno il loro legame con il territorio a cui appartengono, rafforzando le reti locali integrate e partecipando a progettazioni di valorizzazione che integrano soggetti privati e pubblici. La sfida della comunicazione digitale è altrettanto determinante, se affrontata insieme con gli altri attori locali. In Italia l’esperienza dei Distretti Culturali è un modello positivo, adatto ad essere replicato anche in aree diverse.

Un’altra chiave di successo per chi punta al turismo sostenibile è la partecipazione a reti internazionali già esistenti (fra queste la Via Francigena è il sistema più avanzato e più dinamico presente nel nostro Paese). Legami solidi con le comunità locali, salvaguardia del paesaggio, tutela dell’heritage e difesa delle specificità locali sono la forza degli operatori e degli albergatori, soprattutto in questa fase di profondi cambiamenti, che stanno sempre più aprendo lo scenario italiano a competitors esterni”.

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Lungo la storica Via Francigena

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