Gedda, la Parigi dell’Arabia

Gedda è tutto questo: dal villaggio di pescatori alla metropoli contemporanea, moderna e scintillante, passaggio obbligato per andare a Mecca e Medina

Affacciata sul Mar Rosso, con i suoi 3 milioni di abitanti (che diventano 4,5 considerando la sua area metropolitana), Gedda è la seconda città, per grandezza e importanza, dell’Arabia Saudita, dopo la capitale Riad. Dell’originario villaggio di pescatori di 2.500 anni fa resta ben poco: oggi c’è una metropoli moderna, ricca di grattacieli avveniristici e strutture d’accoglienza all’avanguardia, accanto alla città vecchia, nella parte storica, con il suo fascino antico, e le grandi e larghe strade che attraversano da una parte all’altra il tessuto urbano, l’aeroporto internazionale, il porto, principale struttura commerciale dell’Arabia Saudita. E da Gedda passano tutte le vie e le comunicazioni che portano alle città sante Mecca e Medina.

Il toponimo Gedda ha due spiegazioni: la prima dice che questo nome ha il significato di “spiaggia” poiché la città sorge sulla costa. La seconda lo fa discendere dalla radice araba “j-d-d”, che origina anche la parola “jadda”, cioè nonna: perché la tradizione popolare araba narra che proprio a Gedda sorgeva la tomba di Eva, la “nonna dell’umanità”. Una tradizione solida a tal punto da spingere, nel 1928, il principe Faysal, viceré di Hegiaz, a distruggere la tomba. Poi, nel 1975 l’autorità religiosa wahhabita decise di sigillarne i resti con il calcestruzzo perché alcuni pellegrini continuavano a pregare davanti alla “tomba” stessa, considerato un atto di idolatria (Cimitero di Eva, Khalid bin Al Walid Street).

Il piccolo paese arabo che, a partire dai primi decenni del Novecento, rapidamente si è trasformato nella metropoli moderna che è oggi – fino a conquistarsi l’altisonante titolo di “Parigi dell’Arabia” – può essere ammirato spostando lo sguardo verso i palazzi che impreziosiscono la cintura costiera di Gedda, denominata Corniche: in particolare nel quartiere di Al-Balad, sulla Al Malek Road (the King’s Highway) o lungo la Sultan Street, mentre il cuore della vecchia città si trova alle sue spalle. A ogni incrocio, poi, la città offre una ricca varietà di opere di artisti come Henry Moore o Joan Miró, lavori donati a Gedda da alcuni uomini d’affari locali incoraggiati dall’allora governatore della città, Mohammed Said Farsi (1973-1986).

Una visita interessante è certamente quella che si rivela andando al Museo della Municipalità, situato di fronte al palazzo della National Commercial Bank, sul lato sud della King Abdul Aziz Street, nel quartiere di Al-Balad. Il museo è ospitato in una vecchia casa tradizionale restaurata e costruita con la classica architettura del Mar Rosso, utilizzando la pietra corallina. La casa è l’unica della British Legation di Gedda, sopravvissuta alla Prima guerra mondiale nella quale Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia) soggiornò, nel 1917, durante la sua visita.

Il museo presenta una collezione di fotografie aeree sullo sviluppo della città, dal 1948 a oggi, e mostre e stanze restaurate nello stile tradizionale con ricchi ornamenti, molti pezzi d’arredamento egiziani e siriani, con lavorazione a intarsio e a mosaico.

Il Museo di Abdul Raouf Hasan Khalil (Yusuf Ibn Nasr, Al-Madani, Al-Andalus) espone circa 10 mila oggetti in edifici in stile finto moresco: presenta il ricco patrimonio culturale islamico e pre-islamico. La struttura museale comprende una moschea, la facciata della cittadella, la casa dei patrimoni dell’arcipelago saudita, la casa dei beni islamici, la casa del patrimonio internazionale e la mostra del patrimonio pubblico.

Ancora, si segnala il Museo regionale di Archeologia ed Etnografia (Khuzam Palace, Al-Nuzlah, Al-Yamaniyah): le raccolte conservate vanno dai manufatti dell’età della pietra, del periodo acheuleano, ritrovate nella vicina Wadi Fatimah, ad altri di diverse culture pre-islamiche o che illustrano l’ascesa dell’Islam, fino ancora alle testimonianze del periodo in cui il palazzo è stato utilizzato dalla famiglia reale saudita, tra la fine degli Anni Venti e l’inizio dei Trenta del secolo scorso.

Ritornando nel cuore della città vecchia, si possono osservare le strette vie di Gedda dove i tetti sembrano sfiorarsi. Qui ci sono le meravigliose abitazioni sotto la dominazione ottomana, alte tre o quattro piani e in alcuni casi anche cinque, tra i pochi esempi ancora esistenti di costruzioni realizzate con l’architettura del Mar Rosso utilizzando la pietra corallina. Il corallo cerebellare che cresce lungo tutta la costa costituisce, infatti, un ottimo materiale calcareo, poroso per natura e quindi coibentante, facilmente riducibile in blocchi come una arenaria compatta.

La tecnica costruttiva, mai modificata nei secoli, è la più idonea alle condizioni atmosferiche del luogo, perché si tratta di pietra isolante. I blocchi di corallo venivano ben amalgamati con l’argilla in modo da formare un materiale compatto e poi, grazie a solidi e grandi fasci di legno posti orizzontalmente, il peso veniva distribuito in modo più uniforme per mantenere ancora più solida e sicura tutta la struttura.

Bayt Nassif (la “casa di Nassif”, conosciuta anche come “la casa dell’albero” per l’enorme albero che cresce di fronte all’ingresso) è uno degli esempi più interessanti di conservazione di queste abitazioni: ristrutturata, disponeva di 106 stanze, oggi è il simbolo della vecchia Gedda, trasformata in centro culturale dove vengono effettuate esibizioni e conferenze. Una delle particolarità di queste abitazioni era la possibilità che i cammelli potessero raggiungere i diversi piani, fino ad arrivare anche al quarto dove generalmente erano poste le cucine, attraverso ripide rampe che disponevano di speciali corridoi per gli animali.

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