Pechino, la città più popolosa del mondo

Guida alla megalopoli cinese, dalla Città proibita allo Stadio Nazionale

Pechino_1217I numeri sono da capogiro: oltre 19 milioni di abitanti. Futuro e tradizione, il precario equilibrio di una metropoli contraddittoria alla ricerca di una nuova identità. Lo Yin e lo Yang, opposti eppure complementari, poiché uno non può essere senza l’altro. Passato e presente convivono a stretto contatto, ma capita che il passato non sia così lontano. Qui tutto scorre talmente veloce che perfino i giovani percepiscono un salto generazionale con persone che hanno una manciata di anni di differenza. Anche se il fascino esercitato dall’estero può essere forte e non mancano le critiche e le discussioni sui problemi posti dallo sviluppo o alla violazione dei diritti umani, negli occhi della gente si vede l’orgoglio per il proprio Paese.

Pechino oggi è lo Stadio Nazionale (soprannominato “il nido”, opera di Herzog & de Meuron e dell’architetto cinese Ai Weiwei), è il Grande Teatro Nazionale (“l’uovo d’anatra” di Paul Andreu), è il Cctv Building, la nuova sede della tv cinese, che ospita anche un albergo e un centro culturale, è il centro commerciale The Place nel Central Business District (Cbd), che ha una volta digitale da far invidia a Las Vegas. Tutti edifici tirati su nel giro di pochi anni sulle macerie dei vecchi quartieri, dei piccoli parchi e dei giardini fagocitati dalla frenesia costruttiva.

Sopravvivono i simboli. La Città Proibita, tanto per cominciare, costruita per l’Imperatore tra il 1406 e il 1420 e il cui accesso fu vietato per 500 anni al mondo esterno: è il complesso degli edifici (circa 800) meglio conservati, malgrado siano tutti piuttosto recenti a causa degli innumerevoli saccheggi e incendi succedutisi nel corso dei secoli. Simbolo della Repubblica popolare Cinese è invece piazza Tiananmen: qui c’è l’ingresso alla Città Proibita, qui Mao organizzava parate che riunivano milioni di persone, qui nel 1989 la repressione mise fine alla rivolta degli studenti facendo centinaia, forse migliaia, di vittime.

Nella stessa zona, Chongwen, ci sono il Palazzo d’Estate, un complesso di costruzioni, giardini, padiglioni, laghetti e templi, in cui si svagava e sfuggiva al caldo la famiglia imperiale e la meno conosciuta Città sotterranea: costruita nel ’69 quando erano forti i timori di un’invasione sovietica, è una rete di cunicoli, solo in parte visitabile, che si sviluppa per una cinquantina di chilometri, con tanto di ospedali, cinema e teatri. Al parco Ditan, dove si recava l’imperatore per offrire i suoi sacrifici oggi si balla e si fanno feste maoiste mentre molti anziani preferiscono il grande parco del Tempio del Cielo: fanno Tai chi, giocano e suonano mentre i turisti si dirigono verso la Celeste volta imperiale, esempio perfetto di architettura dell’epoca Ming. Poco fuori dalla città sono imperdibili le tombe Ming (patrimonio dell’Unesco) e parte della Grande Muraglia, a Badaling.

Oltre gli sfarzi e i colori brillanti dei palazzi imperiali, il grigiore del cemento e l’azzurro pallido del cielo, superate le briglie della propaganda di regime la creatività degli artisti cinesi da alcuni decenni ha un tale successo che, ormai perfino il 798, l’ex fabbrica militare da 10 anni cuore delle avanguardie, ora è diventata troppo stretta: molti si trasferiscono al Chaochangdi village ma il divertimento preferito di tanti giovani continua a rimanere il karaoke, malgrado night e locali trend ed esclusivi nascano come funghi in ogni parte della città.

Travolti dallo sviluppo e dalla frenesia per le Olimpadi i quartieri tradizionali, hutong, faticano a resistere. Molti sono stati distrutti e sostituiti da grattacieli, palazzoni moderni, autostrade e centri commerciali. Tra quelli risparmiati ci sono la zona di Gulou e Nanluogu Xiang, anche se parte della strada vecchia è stata rifatta in stile similtradizionale. Nei sui vicoli fatti anche di angoli fatiscenti, da visitare in risciò o a piedi, rigorosamente da est a ovest secondo il Feng Shui, si sentono gli odori più veri, scorre la vita di tutti i giorni, fatta di botteghe, negozi di souvenir, persone che giocano ai tavoli per strada e di ambulanti che cucinano con le bombole. È un’altra Pechino, quella delle siheyuan, le case con le tegole verdi, basse per non alzarsi sopra la testa dell’Imperatore, spesso disposte intorno a un cortile, magari con un’aiuola o una fontana.

Al mercato di Wangfujing, a Nord e del Tempio del cielo, si possono trovare i cibi più strani: dalle stelle marine ai cavallucci, dalle cicale agli scorpioni, tutti rigorosamente infilzati sugli stecchini. Per i turisti è una tappa quasi obbligatoria ma non per i pechinesi, che preferiscono gustare i laozihao – i piatti tradizionali – in posti più tranquilli. Da circa due anni molti si recano a Xiaoyu, una casa con una grande corte nel distretto di Xicheng, dove hanno trovato rifugio molti piccoli ristoratori, che oggi cucinano addossati a muri con foto di Beijing in bianco e nero. Gao Yidao, segretario dell’associazione che si dedica alla tutela del cibo tradizionale, spiega che un tempo venivano serviti 300 diversi spuntini (xiaochi), oggi col costante afflusso di altri cibi regionali e il cambio dei gusti delle nuove generazioni, il numero è inevitabilmente sceso a una trentina. Ma sono molti gli anziani che vogliono mantenere viva l’incredibile varietà e molteplicità dei gusti e dei profumi di un tempo e molti i giovani intenzionati a scoprirli. La speranza c’è, del resto è ancora in uso un vecchio detto secondo cui «qualsiasi essere vivente che cammina, nuota, striscia a terra o vola, è commestibile».

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