Il Bhutan è il Paese più verde del Pianeta

Non bastava che fosse il Paese più felice del mondo: il 70% del Paese è ricoperto da foreste e i turisti pagano per entrare

Non bastava che fosse il Paese più felice del mondo come ha concluso una ricerca condotta dall’Università del Kentucky qualche tempo fa. Ora si è scoperto che il Bhutan è anche il Paese più verde del Pianeta.

Lo Stato Himalayano è un modello di sostenibilità. Il 70% del territorio è ricoperto da foreste, l’energia deriva quasi interamente dall’acqua che scorre nei ruscelli di montagna (tanto che la sua economia dipende dall’esportazione di energia idroelettrica; il 70% viene venduto all’India). Insomma, è l’unico Paese del mondo a produrre più ossigeno di quanto ne possa usare. Quindi è il Paese ideale per chi vuole una vita ‘green’.

Il Bhutan produce circa 2,2 milioni di tonnellate l’anno di carbonio, tuttavia le sue foreste assorbono tre volte tanto tale quantità, creando così il cosiddetto ‘carbon sink’ ovvero la rimozione di biossido di carbonio (CO2) dall’atmosfera, un termine coniato dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nation Framework Convention on Climate Change – Unfccc).

Quando si arriva in aereo nel Bhutan sorvolando l’Himalaya, la prima cosa che si nota è la vastità delle foreste. Una spessa coltre verde circonda tutte le montagne. Una volta atterrati, la strada che dall’aeroporto di Paro conduce a Thimphu è uno scenario idilliaco. Le strade sono quasi vuote, solo poche auto e qualche persona che cammina. Anche le abitazioni sono edifici bassi e poco vistosi.

Ma come si è giunti a ciò? Nel 1972, mentre i Paesi vicini si concentravano sull’aumento del Prodotto interno lordo (Pil), il re del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck, introdusse il concetto di Felicità interna lorda (Gross national happiness, Gnh). Secondo la sua teoria, infatti, il Pil ignorava i bisogni basilari di ogni individuo: la felicità.

Il re era sicuramente un visionario. Ma promulgò leggi affinché ogni contadino potesse usare la legna per il proprio riscaldamento (oggi impiegano l’energia idroelettrica, che è gratuita), incentivò la coltivazione di alberi, vietò l’esportazione di legname. Il 30% delle foreste furono dichiarate aree protette e furono creati corridoi nei boschi per favorire lo spostamento degli animali.

Fu addirittura istituito un centro per la rilevazione della felicità che pubblica tuttora relazioni periodiche sullo stato del Paese. Secondo la relazione del 2015, il 91% degli abitanti del Bhutan è felice.

Ogni amministrazione locale viene gestita in base a quattro ‘pilastri’: buon governo, promozione sostenibile dello sviluppo socio-economico, salvaguardia della cultura, conservazione dell’ambiente. In pratica, uno stile di vita spartano.

Dal punto di vista turistico, la politica perseguita dal governo è molto severa. I turisti che visitano il Bhutan devono pagare 250 dollari al giorno, il che ha ridotto in modo significativo il flusso di visitatori e ha salvaguardato lo stato delle foreste. Certo, il fatto che il Paese conti solo 750mila abitanti rende tutto più semplice da gestire.

Ma ora il Bhutan è in pericolo, il motivo è il cambiamento climatico. Infatti, i ghiacciai si stanno sciogliendo per via dell’innalzamento delle temperature, le piogge si fanno sempre più torrenziali, i giovani non trovano lavoro nel settore agricolo e si spostano nelle città se non addirittura nei vicini Paesi, India e Cina.

Tra i progetti in corso per salvare il Bhutan ce n’è uno fatto in collaborazione con il Wwf chiamato Bhutan for Life. Si tratta di un piano di conservazione che ha lo scopo di raccogliere 40 milioni di dollari da un gruppo di donatori, tra cui aziende private, istituzioni e individui benestanti. Il fondo dovrebbe raggiungere la cifra stabilita entro la fine dell’anno. Speriamo!

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