Le rovine sommerse degli antichi Maya in Messico

Nel sito di Sahcaba, nella penisola dello Yucatan, in Messico, sono stati rinvenuti almeno 14 tempi sotterranei

Narra la leggenda Maya che per poter raggiungere l’Inframondo, o Xibalbà, l’ultimo dei tre regni in cui era suddiviso l’universo (gli altri sono quello della Terra, Cab, e quello superiore, il cielo, Caan), governato dagli Dei della Malattia e della Morte, le anime dei defunti dovessero percorrere un cammino difficile e tortuoso, disseminato di pericoli e prove da superare, fiumi pieni di scorpioni, di sangue di pipistrello e di pus, alla fine del quale, si trovava una struttura a metà fra l’acqua e la terra ferma, con costruzioni, pozzi, templi e dedali di corridoi. Nei Popol Vuh, il libro sacro per eccellenza dei Maya della tribù dei Quichè, Si legge anche che solo seguendo la figura mitologica di un cane in grado di vedere al buio era possibile raggiungere la porta per lo Xibalbà.

Ma oggi, in una cueva (una caverna) nel sito di Sahcaba, nella penisola dello Yucatan, in Messico, sono stati rinvenuti almeno 14 tempi sotterranei, alcuni dei quali sommersi dall’acqua, alcuni contenenti resti di ossa umane (testimonianze degli antichi sacrifici umani che qui venivano praticati). Secondo gli esperti potrebbe trattarsi proprio di alcune delle rovine del leggendario cammino verso l’Inframondo, l’ingresso al quale, secondo una tradizione che risale al XVI secolo, era stato fino a oggi collocato in una grotta nei pressi di Cobán, Guatemala.

Secondo Guillermo de Anda, responsabile degli scavi dell’Istituto nazionale di antropologia e storia (Inah) del Messico, questa sarebbe una scoperta davvero sorprendente perché confermerebbe l’esistenza di pratiche religiose che finora si tendeva a considerare leggendarie. Le ricerche che da tempo gli archeologi stavano conducendo, hanno alla fine portato alla luce un complesso di cenotes (cioè pozzi d’acqua che si trovano all’interno delle cuevas) ed edificazioni in grotte labirintiche e di difficile accesso, in tutto simile alla descrizione che si può leggere nei Popol Vuh.

Il complesso di templi e cenotes, che secondo de Anda non risalirebbe a meno di 1900 anni fa, si estende nel territorio di vari municipi della regione centrale della penisola dello Yucatan (Tecoh, Homun, Kantunil, Chocholà e Abalà).

Scendendo ad una profondità anche di 40 metri, gli archeologi hanno scoperto anche un sacbè, ossia un sentiero di pietra lungo un centinaio di metri, collegato ad un sistema di viario simile a quello realizzato a Chichen Itza, uno dei centri archeologici maya più importanti dello Yucatan. L’accesso è possibile solo attraverso una galleria naturale il cui ingresso è nascosto da pietre lavorate e ha un’altezza di appena un metro e una larghezza di 50/60 centimetri.

Durante gli scavi, all’interno del complesso dedalo di corridoi, pozzi e templi, sono stati rinvenuti, insieme ai resti umani, anche oggetti di ceramica utilizzati come offerte agli dei, e poi sculture raffiguranti sacerdoti, oltre che iscrizioni e incisioni votive.

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