Cos’è “l’extractive tourism” e cosa possiamo fare al riguardo

Il termine è stato coniato per la prima volta dall'accademico Vijay Kolinjivadi e pone l'accento sull'impatto negativo di un certo tipo di turismo

Il termine inglese “overtourism” è un’espressione diventata ormai di uso comune anche nella lingua italiana, usata per descrivere il turismo di massa, che spesso si riversa in luoghi impreparati a gestire un grosso afflusso di visitatori.

Ma c’è una nuova definizione che esprime meglio le ripercussioni negative di questo complesso fenomeno sulle comunità locali, ed è il cosiddetto “extractive tourism” (o turismo estrattivo). Il termine è stato coniato per la prima volta dall’accademico Vijay Kolinjivadi, secondo il quale questo nuovo modo di concepire il viaggio non più come un privilegio ma come un diritto sta avendo un effetto tossico sul pianeta, contribuendo alla crisi climatica e alla distruzione degli ecosistemi, finendo anche per danneggiare il patrimonio culturale e i mezzi di sussistenza delle popolazioni autoctone.

Uno dei casi più eclatanti è stato quello del governo thailandese, che si è visto costretto a chiudere la bellissima Maya Bay nel 2018, diventata famosa per il film “The Beach”, per permettere al suo ecosistema, danneggiato da anni di turismo di massa fuori controllo, di rigenerarsi completamente.

Considerando che il turismo è un fattore importantissimo per la crescita economica in molte parti del mondo, quando è ben gestito, si potrebbero adottare alcune buone pratiche per ridurre al minimo o addirittura scoraggiare l’extractive tourism, mitigando così i suoi effetti negativi.

La vera sfida sarebbe, ad esempio, incoraggiare le multinazionali, comprese le grandi catene alberghiere e i tour operator, a investire nelle aree in cui operano piuttosto che spogliarle delle loro risorse, concentrandosi sulla qualità delle esperienze dei visitatori anziché sul numero di arrivi.

Un’altra buona pratica potrebbe essere quella di offrire ai residenti la possibilità di controllare l’accesso ai propri siti e luoghi di interesse e preservare il proprio patrimonio, facendo così in modo che le attrazioni dei posti in cui vivono non siano solo appannaggio dei turisti.

In tale direzione si è già mosso il Perù, limitando il numero di visitatori alle rovine di Machu Picchu, tanto da renderle la prima destinazione turistica certificata a emissioni zero al mondo. Alcuni Paesi, come il Bhutan, stanno imponendo tasse o tariffe obbligatorie per i visitatori, mentre città come Barcellona si sono mosse per proibire nuovi sviluppi turistici su larga scala.

In quest’ultimo anno, la crisi sanitaria globale ci ha portati a riflettere sull’impatto che l’attività umana ha sul pianeta, incluso il modo in cui viaggiamo, tanto che per alcuni la qualità dell’aria sta diventando un fattore determinante per la scelta del luogo di vacanza. L’attenzione alla sostenibilità è sempre più presente, infatti, nella pianificazione del soggiorno, a partire dalla meta, passando per il mezzo di trasporto fino alla scelta della struttura ricettiva. La strada da percorrere è ancora lunga, ma l’auspicio è che un lavoro costante di sensibilizzazione possa portare a dei cambiamenti significativi.

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