Viaggio in India con Shobha

India lontana e misteriosa. India povera e colorata, al profumo di curry e cardamomo. India del Gange e dell’Himalaya, del caldo torrido e degli elefanti. India sacra e tradizionale, induista e musulmana, buddista e cristiana. India delle preghiere accese sulle foglie e lasciate alla corrente. India della scienza e della tecnologia, di Bollywood e delle multinazionali. India delle caste e dei sadhu. India dei braccialetti e dei sari, di Shiva, Ganesh e Visnhu. India dei sogni, dei sacrifici e delle illusioni. India che attrae e spaventa. India che si ama o si odia. India che non basta viverci una vita per conoscerla e capirla ma che bastano occhi che sentono e cuore che vede per raccontarla. Così come ha fatto e continua a fare Shobha, fotografa palermitana di fama internazionale (figlia d’arte perché sua madre è Letizia Battaglia), vincitrice, fra l’altro, del Premio Civitas 2010, che con la bellezza delle sue immagini e col suo impegno per creare e mantenere un dialogo interculturale fecondo anche attraverso la sua scuola di fotografia a Goa, ha portato il fascino misterioso, intrigante e contraddittorio dell’India in Italia e in tutto il mondo.

Lei viaggia in India da tanto tempo, com’è stata la prima volta?
Avevo 20 anni. Allora non si poteva viaggiare prima della maggiore età. Ed è stato meraviglioso. Desideravo talmente tanto andare in India…la studiavo già da tempo, per conto mio! Sono andata da sola, a Pune dove ho incontrato un maestro spirituale. Sono andata in India per studiare la musica, le percussioni e già questo era un po’ bizzarro, ma per me l’India allora ha rappresentato la rinascita. Ero sola in un paese lontano in una comunità di ragazzi provenienti da ogni luogo, gente di altre culture, di altre lingue: li c’era il mondo e io mi sentivo in piena armonia con tutto.

E com’è cambiata da allora a oggi?
Oggi per me è meglio: la situazione delle donne è cambiata molto, è migliorata, lavorano, si battono per i loro diritti, ci sono le Ong che si danno un gran da fare… c’è una grande voglia di portare lì qualcosa della tua cultura, ma anche di riportare a casa un po’ di quella magica condivisione che in India si può sperimentare.

L’India è molto diversa al suo interno… un paese pieno di contraddizioni che però sono anche il suo lato più suggestivo…
Sì, in India la relazione Nord-Sud è rovesciata: il Sud è il più ricco, il più colto, le donne possono abortire e assumere la pillola del giorno dopo, mentre il Nord è il più povero, più integralista… a maggioranza musulmana. L’India è progresso e tradizione: qui gli uomini di scienza, i tecnici, i matematici vivono in perfetta armonia anche le loro radici culturali e religiose. Una delle cose che più mi affascina è la sacralità che ha l’India, sacralità per la vita.

Qual è il luogo che più le è rimasto nel cuore?
Io sono una che ama viaggiare ma che ha bisogno di tornare a casa, il luogo del mio cuore, che è Palermo. Ma Goa, dove ho la casa e dove spendo sei mesi l’anno, è casa anch’essa. Sono innamorata di Goa, anche se adesso l’esperienza è faticosa, fa caldo e poi è diventato un problema avere il visto per sei mesi, per noi italiani: oggi il permesso di soggiorno per turismo è di uno o due mesi, mentre un tempo non c’erano problemi. Poi anche la zona del Kashmir, dove c’è l’acqua, dove di sono i fiumi, che sono la vita.

Che consiglio darebbe a chi decide di intraprendere un viaggio in India?
Di andare con una mente diversa, aperta, senza pregiudizi, senza dicotomie ricco/povero nella testa, di vivere l’esperienza fino in fondo: il limite è andare già con un’idea preconfezionata sull’India in tasca.

Com’è la relazione con le donne che incontra?
C’è un grande fiducia. Mi è capitato di incontrare donne velate che mi chiedevano poi di portare via loro figlio, mi chiedevano aiuto, mi chiedevano consigli. Ho cercato di aiutare ma sempre capendo i loro ritmi, rispettando i loro tempi, con un atteggiamento umile. È un incontro fra persone che si vogliono incontrare, è un conquistare una fiducia che non devi mai tradire. E io mi sento così ricca, così fortunata proprio per questi incontri così profondi, così reali, e non solo con donne che fuggono per disperazione, ma anche scrittrici, donne colte: non sia mai cosa può succedere ed è affascinante.

Lei è fotografa professionista, ma ora viaggiando sembrano tutti diventati fotografi: il digitale ha reso la fotografia accessibile. Qual è la cosa più importante che il fotografo non deve mai dimenticare, soprattutto quando non è nel proprio Paese?
Avere sempre un comportamento eticamente corretto. In qualunque situazione. Professionisti o non professionisti. E questa è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai, la sensibilità di capire. Proprio come o uno è intelligente o uno non lo è: non lo puoi imparare. Puoi migliorare… Ci sono persone che pur di fare una foto non guardano in faccia a niente e nessuno… Invece bisogna mettere prima di tutto il cuore. Capire quando ti devi fermare, entrare con l’animo nella situazione che stai vivendo e fotografando perché spesso il muro siamo noi a costruirlo. Ma se ti cali col massimo rispetto ed empatia le persone che stai fotografando non ti percepiranno come un estraneo e non si accorgeranno dei tuoi scatti. Oppure chiedere ilpermesso col massimo rispetto.

Quindi il rispetto, ma ci sono situazioni in cui il diritto di cronaca si scontra col diritto alla dignità?
Nella mia vita ho raccontato di tutto, dalla Sicilia degli omicidi di mafia, alla tratta dei minori, alle donne velate del Pakistan e ho sempre messo il cuore nel mio lavoro, ho sempre cercato di instaurare un rapporto di condivisione, anche nelle situazioni più dolorose. La fotografia è un mezzo per avvicinare, per incontrare ma anche per vedere te stesso proprio nella relazione che instauri con ciò che vedi e fotografi. Oggi vorrei invece raccontare la bellezza, la poesia delle piccole cose, le atmosfere, la magia di questa vita che è meravigliosa.

Alice Voltolina

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