Viaggiare aumenta l’empatia o no: la spiegazione scientifica

Viaggiare è una delle esperienze più importanti ed educative della vita, ma forse è anche l'occasione per imparare a essere empatici

Viaggiare è una delle esperienze più appaganti che esistano nella vita. E coloro che amano vagabondare per il Mondo sono assolutamente consapevoli di tutti i benefici che attività di questo tipo possano donare.

E a tal proposito si è sempre parlato di “empatia“, ovvero della “capacità di mettersi nei panni di un’altra persona”, ma anche “di comprendere lo stato d’animo e la condizione emotiva di un altro essere umano”. L’empatia si rivela, quindi, un vero e proprio strumento sociale e fondamentale in quanto crea collegamenti interpersonali promuovendo, allo stesso tempo, la condivisione delle esperienze e con atteggiamenti compassionevoli.

Per questo motivo in molti si sono sempre chiesti se viaggiare possa aiutare a sviluppare questa particolare caratteristica di personalità.

La psicoterapeuta F. Diane Barth su Psychology Today ha sottolineato che “La ricerca indica che l’empatia non è semplicemente innata, ma può effettivamente essere insegnata. Eppure, è anche piuttosto noto che l’empatia e la consapevolezza che ognuno percepisce di sé stesso sono valutazioni non del tutto affidabili.

Insomma, ci sarebbero davvero molte sfaccettature da prendere in considerazione, ma nonostante ciò è ancora lecito pensare che l’esposizione ad altre culture attraverso il viaggio, possa porre le persone in uno stato di confronto con i propri pregiudizi, consci e inconsci.

Tuttavia, c’è un però. L’emergenza sanitaria che sta costellando questo 2020, infatti, ci ha costretti a condizioni inaspettate e che ci hanno, in qualche modo, indirizzato a rivedere certe convinzioni. Infatti, la situazione attuale dimostra che tutti viaggi del mondo potrebbero non essere sufficienti a generare la profonda consapevolezza interculturale di cui l’uomo avrebbe assolutamente bisogno in questo momento storico. Non a caso siamo quasi tutti indirizzati ad esplorare ciò che ci è più prossimo.

Travis Levius, giornalista di viaggio e consulente dell’ospitalità, sostiene che “Viaggiare in sé non ti rende una persona migliore” né ti porta automaticamente a chiederti “cosa stai vivendo in termini di relazione con un’altra razza”.

Sembrerebbe, quindi, che viaggiare potrebbe non ispirare la necessaria empatia utile a trasformare i turisti in attivisti di giustizia sociale. Anche se l’alternativa, ovvero non viaggiare affatto, potrebbe effettivamente essere una soluzione del tutto peggiore.

Hazel Tucker, in uno studio del 2016 pubblicato su Annals of Tourism, afferma che “Viaggiare crea la possibilità di incontro tra estranei, quindi può favorire esperienze di tipo empatico, che semplicemente non si realizzerebbero senza la vicinanza creata dal viaggio”. Motivo per cui è importante anche portare i bambini in viaggio fin dalla tenera età.

Tuttavia, per un’esperienza di vera trasformazione è necessario qualcosa di più che fare la valigia e salire sul primo aereo disponibile. Questa intima situazione richiede vera energia, profondo sforzo e reale impegno da parte dei viaggiatori, nonché specifiche condizioni per poterlo effettivamente fare.

La fortuna è che, nonostante tutto, queste opportunità di crescita interiore e personale si possano trovare anche in questi tempi di pandemia in cui molti Paesi limitano i viaggi internazionali. E il motivo è piuttosto semplice: per sperimentare una cultura diversa, come quella che è possibile imparare in ognuna delle Regioni italiane, basta iniziare a viaggiare da casa, e anche il prima possibile. Ma quel che è più importante è mettersi nella condizione di voler apprendere ed essere disponibili a comprendere l’altro e il diverso da noi, in qualsiasi angolo del globo esso si trovi.

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