Ramses II, terzo sovrano della XIX dinastia, passato alla storia come “Ramses il Grande”, rimane una delle personalità più enigmatiche e discusse dell’antico Egitto. La sua fama odierna è legata principalmente alla straordinaria eredità architettonica che ha disseminato lungo la valle del Nilo: un vasto apparato di templi, regge e colossi concepito con un chiaro intento celebrativo, volto a immortalare e glorificare ogni suo successo politico e militare.
Ecco perché la scoperta a Tell el-Faraon, nel Delta Orientale, ha suscitato un certo interesse internazionale. Durante gli scavi è stata rinvenuta una statua monumentale attribuita a Ramses II: il reperto è privo della parte inferiore e fu probabilmente trasferito in epoca antica dalla città di Pi-Ramses per essere riutilizzato in un contesto religioso.
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La scoperta della statua attribuita a Ramses II
Il panorama archeologico del Delta orientale del Nilo si è arricchito di un ritrovamento di eccezionale valore scientifico presso il sito di Tell el-Faroun, nel distretto di Husseiniya.
Durante una campagna di scavi coordinata dal Consiglio Supremo delle Antichità, una missione egiziana ha riportato un reperto che, pur essendo privo della parte inferiore comprendente gambe e basamento, si caratterizza per le sue dimensioni imponenti: i resti preservati raggiungono infatti un’altezza di circa 2,20 metri, con un peso complessivo stimato tra le cinque e le sei tonnellate.
Nonostante i segni del tempo ne abbiano parzialmente compromesso lo stato di conservazione, la qualità del modellato e i dettagli regali sopravvissuti offrono una lettura stilistica chiara, coerente con i canoni estetici dei sovrani.
Le prime analisi condotte dagli archeologi suggeriscono che la statua non fosse originaria di questa specifica area del governatorato di Sharqia. Si ipotizza, infatti, che l’opera sia stata trasportata in epoca antica dalla prestigiosa città di Pi-Ramses con l’obiettivo di essere reimpiegata in un nuovo contesto sacro.
Questa pratica di ricollocazione dei monumenti sottolinea la persistente importanza simbolica del faraone: anche dopo il declino della sua capitale originaria, i suoi simulacri continuavano a essere scelti per nobilitare i centri religiosi del Delta, fungendo da ponte ideale tra il potere divino e la glorificazione terrena di uno dei sovrani più rappresentati e celebrati di tutto l’antico Egitto.
Perché si tratta di una scoperta importante
Il ritrovamento di Tell el-Faroun non è un evento isolato, ma si inserisce in un quadro archeologico di grande rilevanza che aiuta a ricostruire le dinamiche politiche e religiose del Delta del Nilo.
La statua presenta caratteristiche morfologiche che suggeriscono un’ipotesi affascinante: potrebbe non essere un pezzo singolo, bensì parte di una triade scultorea. Questa tipologia artistica, già documentata in altri siti del governatorato di Sharqia, raffigurava solitamente il faraone affiancato da due divinità, ribadendo il legame indissolubile tra il potere regale e il pantheon egizio.
L’importanza della scoperta è amplificata dal contesto geografico, un’area che continua a restituire tesori fondamentali per la comprensione dell’Egitto tardo e tolemaico. Solo lo scorso settembre, nella stessa regione, era stata identificata una lastra di pietra recante una nuova versione del celebre Editto di Canopo. Questo documento, emanato nel 238 a.C. da Tolomeo III, testimonia la continuità millenaria della propaganda sovrana nel Delta, collegando idealmente l’epoca di Ramses II a quella dei regnanti successivi.
Attualmente, il colosso è stato trasferito dal complesso templare ai depositi museali di San al-Hagar. Qui, il reperto sarà sottoposto a rigorosi protocolli scientifici di restauro e stabilizzazione.