Da quando Israele ha avviato le operazioni militari in Iran il 28 febbraio le ricerche di voli verso il Golfo Persico hanno iniziato a calare con una discesa netta e progressiva; nello stesso tempo, però, i flussi si sono spostati altrove non fermandosi ma cambiando direzione.
I numeri vengono da Mabrian by Data Appeal, società specializzata nell’analisi dei dati turistici, che ha monitorato milioni di ricerche di voli internazionali nei quasi venti giorni successivi all’inizio del conflitto. L’obiettivo era capire se e quanto le tensioni geopolitiche stessero già traducendosi in scelte concrete (o perlomeno in intenzioni) da parte dei viaggiatori per i 3 mesi successivi.
La risposta è sì, e la mappa che ne emerge non sorprende del tutto, ma ha qualche dettaglio interessante.
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Il Golfo perde quota
Gli Emirati Arabi Uniti perdono 1,6 punti percentuali nella quota di ricerche rispetto allo stesso periodo del 2025. Qatar, Kuwait e Bahrein mostrano contrazioni simili. Bahrein e Oman, geograficamente più esposti, sono anche quelli che faticano di più a stabilizzarsi; l’indice di percezione della sicurezza continua a essere volatile, senza segnali chiari di recupero. Gli Emirati e l’Arabia Saudita tengono meglio, almeno per ora.
L’Arabia Saudita, anzi, è l’unica destinazione del Golfo che registra un leggero segno più: +0,2 punti. Ma gli analisti lo attribuiscono in parte alla fine del Ramadan che storicamente genera un picco di ricerche. Quanto di questo si trasformerà in prenotazioni reali dipenderà, inevitabilmente, da come evolve la situazione sul campo.
Le mete in crescita
Nel frattempo, chi stava valutando un viaggio nella regione e ora ha dubbi sulla sicurezza cerca alternative, e il Mediterraneo ne offre una tutto sommato ovvia. La Spagna è la destinazione che cresce di più tra quelle monitorate: +0,4 punti percentuali nella quota di ricerche internazionali. Seguono Italia e Marocco, con incrementi più contenuti. Francia e Grecia guadagnano qualcosa, ma meno.

La situazione nel Mediterraneo
Più complicato il discorso per Turchia ed Egitto, 2 Paesi che si trovano in una zona grigia: abbastanza vicini all’area di crisi da risentire dell’instabilità percepita, abbastanza distanti da non essere direttamente coinvolti.
La Turchia è in difficoltà: le intenzioni di viaggio erano già in calo prima del 28 febbraio, e il conflitto ha accelerato quella tendenza: -0,5 punti percentuali nel periodo analizzato. L’indice di percezione della sicurezza continua a risentire dell’effetto di contagio che Mabrian aveva già identificato in una precedente analisi.
L’Egitto invece sorprende. Dopo un piccolo scivolone a febbraio, le ricerche sono rimbalzate con forza, segnando un +0,5. Sharm el-Sheikh e il patrimonio storico continuano evidentemente a fare presa, nonostante la vicinanza geografica con Gaza e il Sinai.

Quello che emerge è uno scenario in movimento ma non ancora in crisi aperta per il turismo. Le intenzioni cambiano, i flussi si redistribuiscono, ma nessun crollo. Almeno per ora. Il vero test sarà nei prossimi mesi, quando le prenotazioni estive entreranno nel vivo. Nel turismo, come in geopolitica, non possiamo altro che osservare la situazione e seguire le evoluzioni.