Dopo anni di difficoltà, abitanti esasperati e incapacità di gestire i flussi esagerati, Barcellona ha detto basta all’overtourism. Ha messo un tetto ai crocieristi, vuole azzerare i turisti di passaggio, restituire il mercato della Boquería ai cittadini. Un segnale che anche città italiane come Roma e Milano farebbero bene a non ignorare.
Barcellona è arrivata a un punto di rottura dopo aver raggiunto 26.000 visitatori l’anno scorso con un più 2,4% sul 2024. E la risposta delle istituzioni, per una volta è stata quella di correre ai ripari.
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Barcellona e le misure adottate
Il sindaco Jaume Collboni non ha usato giri di parole durante un’intervista trasmessa sul canale locale Betevé. Desidera scoraggiare la discesa di massa dei crocieristi. Scendono poche ore, fotografano monumenti dall’esterno e salgono a bordo senza portare un indotto ma solo caos. Per poter riuscire a gestire la cosa ha proposto il raddoppio della tassa di sbarco, arrivando da 4 a 8 euro senza attendere i quattro anni previsti.
Il sindaco ha aggiunto che il turismo dovrebbe servire alla città e non il contrario. La meta spagnola ha già ridotto da 7 a 5 gli approdi raddoppiando anche la tassa di soggiorno degli hotel raggiungendo tetti tra i 10 e i 17 euro a notte per persona… i costi sono tra i più alti di tutta Europa. E nel 2028 revocherà le licenze a tutti i 10.000 appartamenti turistici legali, con la speranza che tornino sul mercato degli affitti tradizionali.
Il neocommissario per il turismo sostenibile, José Antonio Donaire, ex professore all’Università di Girona, ha una visione precisa: non si punta solo a ridurre i numeri; l’obiettivo è cambiare il profilo di chi arriva. Oggi, il 65% dei visitatori è turismo di puro piacere. L’obiettivo è un equilibrio tra turisti culturali, visitatori per affari e turismo ricreativo. E, intanto, promette, entro un anno La Boquería, uno dei più fanmosi mercati locali al mondo, tornerà a vendere cibo fresco ai barcellonesi invece di street food per comitive.

Un monito che l’Italia dovrebbe ascoltare
L’Italia non dovrebbe restare a guardare, la situazione non si preannuncia molto diversa. Roma e Milano si sono trasformate, negli ultimi anni, in qualcosa che somiglia sempre più a un albergo diffuso a cielo aperto. Interi quartieri come Trastevere, Pigneto, Prati nella capitale e Navigli, Isola, Brera nel capoluogo lombardo hanno visto una conversione massiccia degli appartamenti in affitti brevi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i residenti non trovano casa, i canoni sono esplosi e i centri storici si sono svuotati della loro vita quotidiana per riempirsi di trolley e locali aperti fino a tardi.
L’assessore all’Urbanistica di Roma ha usato proprio la definizione di “albergo diffuso” per descrivere quello che sta succedendo al centro della città. Federalberghi, che di turismo dovrebbe essere soddisfatta, ha invece denunciato una situazione “fuori controllo” che sta danneggiando il tessuto sociale e commerciale.
Sul fronte giuridico qualcosa si muove: il TAR Toscana ha stabilito con una sentenza che la residenzialità deve prevalere sulla speculazione, aprendo un precedente che potrebbe fare scuola.
Il problema non è il turismo che porta lavoro, indotto, visibilità internazionale, ma la totale assenza di gestione del fenomeno. Barcellona ci ha messo diversi anni a capirlo e ora cerca di rimediare con misure d’emergenza. Le nostre città sembrano non aver ancora cominciato a farsi le domande giuste.