A sud-est dell’attuale Tarquinia, in provincia di Viterbo, prende vita un ampio altopiano che guarda il blu del Tirreno. Detta così, questa frase potrebbe sembrare nulla di importante, ma in realtà introduce un luogo antichissimo che, però, è in grado di essere eterno: è la terra che gli Etruschi scelsero per custodire i propri nobili. Parliamo della Necropoli dei Monterozzi, che si allunga sull’omonimo colle e rappresenta uno dei complessi archeologici più straordinari dell’intero bacino mediterraneo.
Vi basti pensare che qui ci sono (per il momento) circa 6.000 sepolture scavate nel banco di roccia, di cui poco più di 150 conservano pitture murali che costituiscono il nucleo più vasto di arte etrusca giunto fino a noi e, allo stesso tempo, la documentazione più ampia della pittura antica precedente l’età imperiale romana. Massimo Pallottino, fondatore dell’etruscologia, la definì il primo capitolo della storia della pittura italiana, e la formula appare tutt’altro che enfatica quando si scende nei corridoi che portano alle camere funerarie.
Un posto che trasuda una vitalità paradossale: mentre sopra il vento agita l’erba arida delle colline viterbesi, sotto i nostri piedi si snoda una pinacoteca ipogea eccezionale. Ma del resto, la morte per gli Etruschi aveva il volto della continuità, al punto che le tombe riproducono gli ambienti domestici proprio perché la casa per l’eternità rifletteva la dimora terrena.
Indice
Breve storia della necropoli
La storia di questo sito archeologico affonda le radici tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C, raggiungendo il massimo splendore tra il VI e il V secolo. Tarquinia rappresentava il fulcro politico e artistico dell’Etruria, una metropoli che riusciva persino a influenzare Roma stessa. I nobili locali, arricchiti dai commerci marittimi, investivano fortune per far affrescare le proprie tombe da maestranze locali fortemente influenzate dal mondo greco.
Maestose camere sepolcrali che venivano realizzate scendendo una scalinata ripida, il dromos, finendo dentro un ambiente quadrangolare che imitava il soffitto a doppio spiovente delle abitazioni reali. Con l’arrivo della dominazione romana, l’usanza di dipingere le pareti andò scemando, lasciando però a noi un patrimonio più che eccezionale.
Cosa vedere alla Necropoli dei Monterozzi
Dal 2004 la necropoli, insieme a quella della Banditaccia di Cerveteri, figura nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Un riconoscimento che tutela un luogo fragile, in cui la conservazione richiede soluzioni tecniche sofisticate, come porte trasparenti a taglio termico e sistemi di controllo microclimatico, pensati per proteggere le superfici dipinte dagli sbalzi di temperatura e dall’umidità.
È importante sapere che il settore attualmente aperto al pubblico si trova in località Calvario, dove più o meno 20 tombe sono visitabili stabilmente, mentre altre si aprono su prenotazione per motivi di studio. L’area della Doganaccia, su un terrazzo naturale affacciato sulla piana, ospita 2 grandi tumuli monumentali detti del Re e della Regina, databili alla prima metà del VII secolo a.C. Sono tra le testimonianze più antiche del sito e restituiscono l’immagine di una classe aristocratica consapevole del proprio rango.
Il visitatore che arriva avverte subito l’odore salmastro del mare, un paesaggio aperto e luminoso che va a contrastare con l’intimità delle camere sotterranee. Ma forse è proprio questo dialogo tra luce e profondità a rendere l’esperienza particolarmente intensa.
Tomba delle Leonesse
Iniziamo questo viaggio alla Necropoli dei Monterozzi dalla Tomba delle Leonesse, un nome che senza dubbio evoca qualcosa di maestoso, e infatti è così: il soffitto presenta una decorazione a scacchiera che simula il tessuto delle tende nomadi o dei soffitti lignei. Al centro della parete principale spicca un grande cratere, vaso utilizzato per mescolare acqua e vino, circondato da figure impegnate in una danza estatica.

C’è poi una ballerina che indossa un chitone trasparente e calzari rossi a punta, i tipici calcei repandi, muovendosi con una grazia che trasmette energia pura. Il realismo dei movimenti e la scelta cromatica basata su ocra, rosso e blu rendono lo spazio incredibilmente dinamico. La sepoltura risale alla seconda metà del VI secolo a.C. e deve il nome ai felini dipinti nel frontone.
Tomba dei Leopardi
Non è di certo da meno la Tomba dei Leopardi, che probabilmente è la più emblematica di tutta la necropoli. Si tratta di una camera che stupisce in un batter d’occhio grazie all’incredibile conservazione dei colori, vividi al punto da sembrare stesi ieri mattina.
Sulla parete di fondo, due grandi felini maculati si fronteggiano sopra la scena principale, quasi fossero guardiani araldici del riposo eterno. Sotto di loro, tre coppie di commensali partecipano a un banchetto lussuoso, adagiate su letti conviviali chiamati klinai. Ci sono persino donne etrusche che mangiano insieme agli uomini, sfoggiando gioielli e acconciature elaborate: era un enorme segno di libertà sociale che scandalizzava i contemporanei greci.
Tomba della Caccia e della Pesca
Questa sepoltura è da molti ritenuta la più poetica dell’intero complesso archeologico. Lo sguardo spazia su un paesaggio marino immenso, in cui stormi di uccelli colorati volano sopra una barca di pescatori. Un giovane si tuffa da uno scoglio alto, un gesto che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte, mentre i compagni gettano le reti in un mare popolato da delfini guizzanti.
Altre tombe meravigliose
Sono davvero tantissime e c’è l’imbarazzo della scelta.
- Tomba dei Giocolieri: con acrobati e atleti impegnati in esercizi spettacolari.
- Tomba dei Caronti: presenta figure infernali armate di martello che accompagnano il morto verso il regno sotterraneo.
- Tomba del Guerriero: accoglie l’immagine di un uomo armato, simbolo del ruolo sociale e del prestigio familiare.
Accanto a queste, meritano attenzione la Tomba della Pulcella, la Tomba del Fiore di Loto, la Tomba della Fustigazione, la Tomba Bartoccini e la Tomba dei Demoni Azzurri. Parte delle pitture staccate per ragioni conservative, come quelle della Tomba delle Bighe o del Triclinio, si trovano nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, ospitato nel quattrocentesco Palazzo Vitelleschi. (sì, una visita è consigliatissima).
Come arrivare
Il sito archeologico si trova alla periferia dell’abitato moderno di Tarquinia, facilmente individuabile una volta arrivati in paese. Se si viaggia in auto, bisogna percorrere l‘Autostrada A12 verso nord partendo dalla capitale, imboccando l’uscita dedicata dopo circa un’ora di tragitto.
Una volta parcheggiato nei pressi dell’ingresso, un sentiero pedonale conduce alle diverse strutture interrate. Per chi predilige il trasporto pubblico, la stazione ferroviaria cittadina è collegata regolarmente con Roma e Pisa; dalla stazione, piccoli bus locali effettuano corse frequenti verso la parte alta della collina.