Sabbia, silenzio e un’attesa vibrante accolgono i viaggiatori radunati davanti ai quattro colossi di pietra che dominano le sponde del Lago Nasser. Siamo in Egitto, sulla polvere del deserto nubiano che occupa l’estremo sud del Paese. Un paesaggio spoglio e caldo, ma in cui queste figure sedute di circa 20 metri fissano l’orizzonte con uno sguardo che sfida i millenni. Sono i colossi di Ramses II, un santuario interamente scavato nel fianco di una collina di arenaria per volere del faraone.
E proprio qui, all’alba del 22 febbraio (e poi ancora il 22 ottobre), centinaia di persone si radunano per assistere a un fenomeno solare emozionante: c’è un esatto momento in cui il disco dell’astro si allinea con l’asse del tempio maggiore, al punto da far penetrare un raggio di luce fino al santuario interno, illuminando tre delle quattro statue collocate nel cuore della montagna.
Il volto del faraone si accende per alcuni minuti, mentre l’architettura stessa trasmette un senso di autorità assoluta.
Indice
Breve storia di Abu Simbel
Lo straordinario sito di Abu Simbel si trova a circa 280 chilometri a sud di Assuan, un’area che durante il regno di Ramses II rappresentava il limite meridionale dell’Egitto faraonico. La Nubia era ricca di oro e attraversata da rotte carovaniere che collegavano l’Africa centrale al Mediterraneo. Controllare quel territorio significava perciò dominare risorse e traffici.

Il faraone, sovrano della XIX dinastia, salì al trono intorno al 1279 a.C. e governò per oltre sessant’anni con una politica che puntava a solennizzare la propria figura attraverso una produzione edilizia senza precedenti. Templi, statue, iscrizioni celebrative comparvero lungo il Nilo dall’odierna regione del Delta fino alla seconda cateratta. E Abu Simbel rientrava proprio in questo programma.
Il complesso fu scavato nella roccia tra il 1264 e il 1244 a.C. circa e consiste in ambienti ricavati direttamente nella parete di arenaria, modellata fino a ottenere facciate monumentali e sale interne. Il tempio maggiore è dedicato a quattro divinità: Amon-Ra di Tebe, Ra-Horakhty, Ptah e lo stesso Ramses divinizzato. L’edificio minore, poco distante, onora la regina Nefertari e la dea Hathor.
La scelta di collocare il complesso in Nubia aveva un significato politico chiaro: i colossi rappresentavano un messaggio visibile a chiunque risalisse il fiume da sud, ovvero che era il faraone a dominare il confine.
Il “miracolo solare”
Come già accennato, qui due volte all’anno (22 febbraio e 22 ottobre) avviene un fenomeno fisico assolutamente sorprendete: la luce del sole attraversa la montagna e raggiunge il volto di Ramses II nel santuario scavato nella roccia. Ma come è possibile tutto ciò? Il merito di questo “miracolo solare” si deve agli architetti dell’epoca che calcolarono l’orientamento della pianta interna con una precisione sbalorditiva.
Grazie a queste osservazioni, riuscirono a capire come far penetrare i raggi solari nelle viscere della collina e proprio in date specifiche. E lo fecero tramite l’azimut solare, ovvero l’angolo misurato lungo l’orizzonte che indica l’esatto punto in cui sorge il sole. Il tempio, quindi, funziona come una sorta di cannocchiale, perché il corridoio d’ingresso è perfettamente allineato con il posto in cui il disco solare spunta all’orizzonte in quelle giornate.
Tutti questi calcoli, secondo la tradizione, vennero fatti sulla base dei giorni che coincidono con l’ascesa al trono e il genetliaco del monarca, ovvero il 21 febbraio e il 21 ottobre. A cosa dovuto, quindi, il fatto che oggi accade con circa 24 ore di distanza? Non si tratta di uno sbaglio, ma di un lavoro preciso e che, come molti dei fatti che riguardano gli antichi egizi, per alcuni aspetti è ancora senza risposte.
Il salvataggio del XX secolo
Oggi l’Abu Simbel Sun Festival si celebra un giorno dopo rispetto all’epoca dei faraoni. Il motivo risiede nell’incredibile salvataggio degli anni ’60 condotto dall’UNESCO. All’epoca, infatti, la costruzione della diga di Assuan rischiò di sommergere l’intero sito. Un’operazione internazionale coordinata dall’agenzia speciale dell’ONU portò alla salvezza del complesso tramite il sezionamento della roccia in enormi blocchi numerati.
Questi pezzi furono trasportati e riassemblati 60 metri più in alto rispetto al livello originario, uno spostamento che causò lo slittamento di più o meno un giorno della data del festival rispetto ai tempi antichi. Centinaia di esperti provenienti da tutto il pianeta lavorarono fianco a fianco per ricostruire la collina artificiale, assicurandosi che il calcolo astronomico originale venisse rispettato nella migliore maniera possibile.
Abu Simbel Sun Festival 2026
La notte precedente l’evento, quindi quella del 21 febbraio e poi del 21 ottobre, il sito rimane aperto fino a tardi. I visitatori vengono intrattenuti da spettacoli di musica e danze nubiane che animano l’area antistante i templi. Il pubblico arriva da diverse parti dell’Egitto e da numerosi Paesi, tanto che alle prime luci del 22 c’è già una grande folla in attesa davanti alla facciata monumentale.
Intorno alle 6 del mattino, l’orizzonte a est inizia a schiarire sopra le acque del Lago Nasser, mentre l’aria conserva una freschezza che dura poco. I colossi emergono gradualmente dal buio, prima in controluce, poi con dettagli più nitidi. Quando il sole supera la linea dell’orizzonte, un raggio entra dall’ingresso e percorre l’asse del tempio, anche se la sala ipostila resta in penombra. Il fascio avanza poi lentamente fino a raggiungere il santuario.
Per circa 20 minuti la luce colpisce il volto di Ramses e quello di Amon-Ra (la divinità solare di Tebe) e Ra-Horakhty (il sole sorgente con la testa di falco). Le superfici di arenaria assumono tonalità dorate, così come le incisioni sembrano animarsi grazie ai contrasti. È curioso il fatto che Ptah rimane in ombra, coerente con la sua associazione con il regno delle tenebre. La precisione dell’allineamento testimonia conoscenze astronomiche e capacità tecniche notevoli per il XIII secolo a.C.
Nel 2026 l’evento avrà un significato particolare per chi desidera osservare la continuità tra antico e contemporaneo. L’accesso al sito richiede un biglietto specifico per il festival e sono presenti autorità che regolano l’ingresso per evitare sovraffollamento all’interno del tempio (la dimensione degli ambienti è limitata).
Nonostante l’uso di computer e calcoli moderni, quindi, riposizionare una montagna artificiale con la precisione millimetrica degli antichi si rivelò quasi impossibile. E proprio questo, forse, aggiunge un tocco di “mistero e ammirazione” ancor più speciale per quel popolo che, pure oggi, è avvolto da segreti apparentemente impenetrabili.