Siamo pronti a scommettere che se vi diciamo (o scriviamo) Singapore, le prime cose che vi vengono in mente sono vetro, acciaio, ordine impeccabile e aria condizionata (sì, spesso pure freddissima). Non avete torto, ma di certo state dimenticando qualcosa di molto importante e sorprendente: la Città del Leone nasconde anche delle isole meravigliose a non troppa distanza dal porto commerciale più trafficato del pianeta.
Anzi, a essere del tutto onesti la vera anima di questa città-stato risiede nel rapporto viscerale che ha con l’elemento liquido, in un un universo fatto di mangrovie antiche, templi sperduti e storie di pirati malesi. In totale sono 63, e per questo raccontarvele tutte è davvero difficile. Ma niente paura, perché noi di SiViaggia abbiamo selezionato per voi le migliori.
Indice
Pulau Ubin, l’ultimo soffio del passato rurale
La prima isola di Singapore di cui vi vogliamo parlare è Pulau Ubin, una sponda selvaggia in cui il tempo pare subire una brusca decelerazione (e sì, è una sorta di cortocircuito). Si trova al nord-est e si presenta come una striscia di granito che rappresenta l’ultimo “kampung” superstite, ovvero il villaggio tradizionale che un tempo caratterizzava l’intera penisola.
Da queste parti, infatti, l’architettura si spoglia di ogni pretesa di grandezza per abbracciare la semplicità delle palafitte in legno e dei tetti in lamiera ondulata. Il territorio si percorre tramite strade sterrate che si snodano tra palme da cocco e vecchie cave di pietra che però, ormai, sono colme d’acqua piovana e quindi trasformate in laghi artificiali dai toni smeraldo.
Dalla modernità sfrenata, quindi, si passa a una zona che regala la sensazione di abitare un‘epoca precedente al boom economico degli anni Settanta, e proprio dove non ce lo si aspetterebbe mai.
St John’s Island, da confino sanitario a paradiso naturale
Parte delle Southern Islands, l’isola di St John emerge dal mare con una compostezza quasi britannica. Chi ci arriva si trova al cospetto di sentieri curati, edifici bassi e vecchi moli che parlano di arrivi definitivi e partenze cariche di paura. E infatti la sua storia è piuttosto complessa: durante il XIX secolo, fungeva da stazione di quarantena per i migranti che giungevano dall’Asia carichi di sogni ma spesso affetti da malattie infettive. Successivamente, le medesime strutture ospitarono centri di riabilitazione, conferendo al luogo un’aura di isolamento quasi mistico.
Oggi, invece, St John’s ospita il National Marine Laboratory, cuore scientifico dedicato allo studio degli ecosistemi marini. Attorno si sviluppano lagune tranquille, alberi maturi e pavoni che attraversano i vialetti con un’aria proprietaria. Il mare è spettacolare, in quanto assume tonalità smeraldo vicino alla riva, segno di fondali bassi e sabbiosi. Ma sapete qual è l’aspetto in assoluto più sorprendente? Il silenzio, soprattutto se si alza lo sguardo verso la linea lontana della città.
Sentosa, l’evoluzione di un fortino britannico
Prima di diventare il distretto del divertimento che tutti conoscono, questa terra era chiamata Pulau Blakang Mati, che tradotto letteralmente vuol dire “l’isola della morte dietro”. No, non è un nome invitante, ma si pensa che sia dovuto a epidemie o atti di pirateria che in un passato ormai remoto infestavano la zona.
Durante la seconda guerra mondiale, le truppe britanniche eressero Fort Siloso per difendere il porto dalle invasioni marittime e ancora adesso è possibile esplorarne i tunnel sotterranei, i bunker e le enormi postazioni di artiglieria che puntano verso il largo. Di particolare interesse è che l’architettura militare si fonde ormai con resort di lusso e parchi tematici, dando vita a un contrasto stridente tra il grigio del cemento bellico e i colori sgargianti delle attrazioni moderne.
Sebbene l’intervento umano sia stato massiccio, le spiagge artificiali di Palawan e Tanjong conservano un fascino tropicale grazie al sapiente posizionamento di palme e isolotti rocciosi raggiungibili a nuoto o tramite ponte pedonale.

Sisters’ Islands, le custodi della biodiversità sommersa
Stando alla leggenda, due sorelle annegarono durante una tempesta da queste parti e, volendo a tutti i costi restare unite, diedero origine a due isolotti gemelli. Non possiamo avere la certezza che sia andata davvero così, ma ciò su cui non ci sono dubbi è che le correnti che circondano queste due piccole gemme sono note per la loro intensità.
Vi basti pensare che attualmente l’area costituisce il primo parco marino nazionale del Paese, con barriere coralline che si sviluppano sotto la superficie con oltre 250 specie di coralli duri e una moltitudine di pesci dai colori psichedelici. Non mancano labirinti negli abissi popolati da cavallucci marini e rari squali tappeto. La tutela governativa rigorosa assicura che questo patrimonio genetico resti protetto dall’inquinamento, regalando uno spaccato autentico della ricchezza originaria dei mari del sud-est asiatico.
Lazarus Island, mezzaluna di sabbia candida
La straordinaria Lazarus Island appare all’improvviso in quanto collegata a St John’s da una lingua asfaltata esposta al sole e al riflesso del catrame. Alle spalle, dunque, restano edifici e sentieri ordinati, mentre davanti si apre una spiaggia che sembra appartenere a un altro Paese (forse persino a un altro oceano).
La sabbia si distingue per avere una grana fine e per essere accarezzata da un’acqua che vira dal turchese al blu intenso nel giro di pochi metri. Per quanto riguarda le costruzioni, invece, qui nessuno sa cosa siano: nel territorio ci sono principalmente palme, vegetazione costiera e cielo aperto. Il cemento è davvero pochissimo. Quest’isola è un segreto ben custodito dagli abitanti locali che preferiscono la pace delle sue preziose rive al caos dei parchi cittadini.
Kusu Island, il santuario della tartaruga millenaria
Le leggende del posto narrano di una tartaruga gigante trasformata in isola per salvare due naufraghi, un malese e un cinese. Il suo nome oggi è Kusu Island, e la narrazione mitica delle sue origini si riflette perfettamente nella dualità culturale del sito. Da un lato sorge il tempio taoista Tua Pek Kong, costruito nel 1923, meta di pellegrinaggio durante il nono mese del calendario lunare. Dall’altro, tre santuari malesi dedicati a figure sacre islamiche, raggiungibili tramite una lunga scalinata che attraversa la collina centrale.
Il contrasto tra i due stili architettonici evidenzia l’armonia religiosa tipica di questa nazione, che rende questo lembo di terra un posto che trasmette una dimensione spirituale concreta, vissuta e priva di teatralità. Alcune tartarughe marine sono ancora presenti, onorate dai visitatori che lasciano piccoli doni in segno di gratitudine.