Non nasconde la sua età Moni Ovadia, classe 1946, che nella vita ha fatto molto (è attore, musicista, cantautore, scrittore e anche produttore discografico) e che ha ancora qualche lezione da impartire. Anche a chi viaggia. No ai turisti (“sono come le pecore: una va e le altre seguono”), sì ai viaggiatori. Viaggiare sì, ma previo corso di educazione. Visitare un Paese, ma imparando prima di tutto la lingua e inviando una richiesta al Governo per chiedere il permesso di visitarlo. E se c’è da aspettare anni, va bene così. Non le manda a dire al popolo di viaggiatori e lancia un appello a chi ha il potere di gestire i flussi turistici.
“Il turista va per scattare fotografie o selfie, per poi raccontare che è stato in un posto senza averne capito molto”, sentenzia Ovadia distinguendo nettamente il turista dal viaggiatore (come lui). “Il viaggiatore è disposto a perdersi e a ritrovarsi per confrontarsi con il luogo, con la gente del luogo e con la natura del luogo. Il turista esercita una prerogativa: il divertimento. Il viaggiatore ne esercita una molto diversa: la conoscenza. Dante lo spiega con quel verso leggendario che dedica a Ulisse: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Questo è il viaggiatore”.
Fondamentale, quando si viaggia, per lui è il rispetto del territorio che si visita. “Questo è il senso della vita: rispettare l’altro. E l’alterità è sia l’altro essere umano che l’altro Paese o paesaggio, che l’altra natura, l’altro cibo”, precisa Ovadia.

Il suo luogo del cuore? La Grecia. “Sono stato tanto in Grecia. Parlo il greco moderno e quindi quando arrivo in qualche isola sono a casa mia. Poi ho studiato la cultura greca, non solo un poco dell’antica, ma anche quella neoellenica. E quando io vado, non vado col motoscafo a spaventare gli altri turisti che guazzano. Io mi sedevo in una taverna – mi sedevo perché adesso anche la Grecia è stata terribilmente devastata – e stavo coi vecchi a parlare, a chiedere loro storie. E poi mi incanto a guardare i paesaggi, a fare pellegrinaggi.
Sono stato in pellegrinaggio sull’isola di Makronisos, un’isola di fronte a Capo Sunio (nella regione dell’Attica, ndr), a 40-45 km da Atene, perché su quell’isola sono stati concentrati i comunisti greci che hanno subito torture inenarrabili, violenze pazzesche. E lì, fra quei comunisti, c’era il mio poeta preferito, il grandissimo Ghiannis Ritsos, di cui conosco a memoria in greco alcuni poemi. Ma io ho visto una Grecia completamente diversa”.
Moni Ovadia ha una ricetta contro l’overtourism: “Il viaggio dovrebbe essere un’attività di formazione, e dovrebbe essere preparato da studi. Io ho una ricetta molto draconiana: per essere ammesso a un viaggio in certi luoghi devi sottoporti a un esame. Allora, io farei intanto numeri contingentati, poi tu fai domanda per andare, che so io, in Nepal, e l’ufficio turistico o i vari uffici ti rispondono: «Ci puoi venire fra sei anni, fra dieci anni, perché per il momento è pieno», per evitare che arrivino le cavallette a distruggere tutto ciò che è bello e buono”.
Moni Ovadia sarà presente il 20 settembre 2026 alle ore 20.30 all’Auditorioum Vivaldi di Cassola in provincia di Vicenza in occasione del Festival del viaggiatore, un evento diffuso tra diverse località del Veneto che si svolge tra settembre e ottobre, dove dialogherà insieme al giornalista Alberto Friso sul tema “L’ironia al potere”. Sarà un’intervista-spettacolo sulla “rivoluzione dell’ironia”, nella quale teatro, musica e riflessione civile si intrecceranno per affrontare i grandi temi del presente.
Ascoltate il resto dell’intervista completa nel podcast.