Cecilia Soresina ha 28 anni ed è cieca dalla nascita. Da qualche mese si è trasferita a Strasburgo per un soggiorno di ricerca legato al suo dottorato in letteratura italiana all’Università della Svizzera italiana. Ha viaggiato in Paesi remoti come Perù e Vietnam e ci ha raccontato questi luoghi attraverso una testimonianza personale.
Su Instagram, racconta cecità, autonomia e viaggi con ironia. I suoi post sono ricchi di episodi e di dettagli, capaci di incuriosire chi ama viaggiare e di offrire informazioni a chi vorrebbe partire, ma fatica a trovare esperienze in cui riconoscersi.
Cecilia, che cosa cerchiamo in un viaggio, e che cosa ne ricordiamo, quando la vista non entra nell’esperienza?
Essere non vedente dalla nascita ha fatto sì che io vivessi un sacco di esperienze insolite nella mia vita o quantomeno vivessi delle esperienze comuni in maniera un pochino più insolita degli altri, e tra queste esperienze ci sono anche i viaggi. Il fatto che le persone siano sempre molto curiose in relazione alla disabilità e anche la mancanza di rappresentazione nei media tradizionali della disabilità ha fatto sì che a un certo punto, in un momento tra la tesi della laurea magistrale e il dottorato, io decidessi di aprire un profilo Instagram in cui raccontare cose tendenzialmente relative alla disabilità in senso anche più ampio rispetto alla mia vita quotidiana e tra queste cose ci sono anche le esperienze di viaggio dal punto di vista di una persona non vedente.
Com’è viaggiare nella tua condizione, nel tuo stato, insomma?
Allora, provocatoriamente, le persone si chiedono come mai una non vedente scelga di viaggiare. Comunque la risposta non è ovvia per tutti, nel senso che comunque io non li vedo, parte della realtà ti ferisce vedendo e spesso anche in questa società dominata dalle immagini, dalla fotografia, da Instagram, noi associamo tantissimo il viaggio a un’esperienza visiva, quindi più o meno in maniera provocatoria, le persone spesso mi chiedono: “Ma scusa tu come mai viaggi? Tanto è uguale stare a casa, non lo vedi il panorama”. E vabbè, a parte l’ignoranza delle persone, comunque per me viaggiare è un’esperienza sia di conoscenza degli altri luoghi, perché non c’è solo la vista, grazie al cielo, attraverso cui percepire un paesaggio, ma è anche un’esperienza di relazione. Ad esempio, io sono stata l’anno scorso con un’agenzia viaggi inglese che è anche specializzata nell’accompagnare persone non vedenti in viaggio, sono stata in Perù e sono stata in Amazzonia. Ora, standomene a casa mia, io non avrei mai sentito i rumori che ho sentito in Amazzonia, la sensazione di svegliarti circondato da questo tappeto di suoni, di cinguettii, di ronzii che hai in Amazzonia, non ce l’hai da nessuna parte. Quest’anno sono andata in Vietnam e ho assaggiato un sacco di cibi interessanti, ho parlato con le persone, quindi il viaggio lo puoi davvero esperire attraverso gli altri quattro sensi, ma poi naturalmente è un’esperienza di relazione, quindi no che non sto a casa.
Di solito viaggi con qualcuno o riesci anche a viaggiare per conto tuo?
Allora, dipende molto, no, da sola da sola non riesco a viaggiare, cioè riesco a prendere dei mezzi di trasporto, ma non ho mai fatto una vacanza da sola. Da ragazzina ho viaggiato tantissimo con la mia famiglia perché anche mio fratello non vede e i nostri genitori hanno fatto di tutto affinché noi avessimo una visione, insomma, di insieme della realtà più ampia possibile. Veramente a loro piaceva viaggiare, ci hanno portato tantissimo in viaggio. E dopo ho viaggiato con amici, ho fatto tante vacanze studio in Inghilterra, sai quelle cose che fai per le lingue, e anche lì, grande tema, perché non è per niente facile trovare una scuola disposta ad accogliere una ragazzina con una disabilità, e quindi tante volte i miei genitori hanno dovuto anche pagare dei soldi in più affinché si trovasse una situazione per cui c’era una persona che stava con me, cose di questo genere. Poi mi sono lanciata nel grande mondo dei viaggi organizzati. L’anno scorso sono partita con questa agenzia viaggi inglese che si chiama Travel Eyes, quindi “occhi che viaggiano”, ed è molto interessante perché il concept è: mettiamo insieme 20 persone di cui dieci sono cieche e gli altri gli altri dieci, invece, vedono, chi vede paga una quota ridotta del viaggio, fai due terzi, e l’altro terzo è coperto dal fatto che loro daranno un braccio alle persone non vedenti.
Ma è una bellissima idea!
È pazzesco! E la cosa anche molto bella è che le persone vedenti cambiano, quindi ogni giorno tu sei accompagnato da una persona diversa, così che arrivi poi a conoscere tutti, quindi sono vacanze anche molto sociali. E questa cosa mi ha permesso di andare in Perù e quest’anno, grande avventura, appunto, in Vietnam con un’agenzia viaggi americana che non è specializzata nell’accompagnamento di persone disabili, ma siccome gli americani sono più avanti di noi su determinate cose, loro cosa fanno? Mi hanno messo a disposizione tre guide perché erano una per il Sud del Vietnam, una per la parte centrale e una per la parte del Nord, che accompagnavano me, il gruppo e il capo gruppo attraverso il viaggio. E non è stato male, è stato molto diverso, anche perché loro erano con me, però nel tempo libero, purtroppo, io ero spesso lasciata da sola, quindi questo ha reso il viaggio un po’ complicato, però comunque è stata un’esperienza perché comunque erano delle persone del Vietnam, erano delle persone locali, impari un sacco stando con loro, io poi ho una propensione molto spiccata alla chiacchiera e puoi fare un sacco di domande. Questo viaggio in Vietnam è stato molto interessante perché ho davvero capito molte cose sulla cultura della disabilità che hanno in Asia, cosa che probabilmente non avrei mai capito se fossi partita con delle persone non locali. Certo è che ho trascorso un po’ di tempo da sola, comunque è stato un po’ uno sbattimento, anche perché, purtroppo, appunto, in Vietnam, per esempio, c’è proprio una visione della disabilità molto legata all’assistenza, quindi per loro, per esempio, era inconcepibile che io in Europa avessi un lavoro normale.
Cosa ti porti a casa da un viaggio e qual è stato il più bello che hai fatto finora?
Allora, porto a casa il ricordo di molto cibo e di molte relazioni interessanti o quantomeno ci provo. Credo che il viaggio più bello, alla fine, tra questi due grandi viaggi che ho fatto fuori dall’Europa, è forse il Perù per la qualità delle relazioni e delle persone conosciute e anche dell’intensità di queste due settimane, però il Vietnam mi è piaciuto di più come Paese, mi è interessato di più, quindi li lasciamo sullo stesso livello.
Invece, quale consiglio potresti dare a chi ha dei problemi di vista come te e che vorrebbe invece viaggiare ma che non non osa farlo o ha paura? Da quello che ho capito, tu parli bene anche le lingue, credo che sia una base importante da cui partire per potersi muovere in maniera indipendente.
Il consiglio secondo me è che se uno ha un reale interesse per viaggiare, buttarsi vale sempre la pena, anche perché comunque torni a casa con delle storie da raccontare ed è un’esperienza di crescita, però è un’esperienza anche estremamente snervante, perché quello che io posso dire a te persona non disabile, comunque alla complicazione di un viaggio in un altro continente, in un altro posto, si aggiunge tutta la complicazione di abitare questo altro posto con una disabilità, quindi è sicuramente più complicato, però secondo me ne vale tantissimo la pena e quindi se uno ha questo desiderio può cominciare da un posto più piccolo, o magari decidere di viaggiare con amici, con la famiglia, insomma, io sono particolarmente matta e particolarmente avventurosa ad andare con sconosciuti, però, delle cose per poterlo fare ci sono, quindi perché non buttarsi?
Siccome fai una cosa bellissima e veramente coraggiosa, hai un messaggio invece da dare a tutti quei tuoi coetanei, quei ragazzi che non si rendono conto che ci sono persone che hanno più problemi e che dovrebbero magari apprezzare di più certe cose?
Ma sai, siamo abituati a pensare che una persona con una disabilità abbia più problemi. Secondo me ognuno di noi ha tutta una serie di problemi e di motivi per cui non non riesce in determinati momenti a godere del mondo che lo circonda. Quindi, io non mi sento di dare grandi consigli, se non quello di provare a seguire ognuno le proprie inclinazioni e vedere un pochino quello che succede. D’altronde, io stessa ho un sacco di momenti in cui non apprezzo le cose che ho attorno, quindi non mi sento di fare la guru dell’apprezzare la vita.
Ci vuoi parlare anche di un tuo compagno di vita con cui condividi tutte le tue avventure?
Oh sì, quella con la coda. Allora, lei si chiama Gloria, è un labrador biondo, è molto simpatica, non può venire con me in tutte le parti del mondo in cui vorrei, perché, appunto, Vietnam e Perù sono Paesi in cui non c’è una cultura relativa al cane guida per il momento, o quantomeno ci vogliono mille permessi, devi stare molto attento, quindi io non l’ho portata, però adesso ci siamo trasferiti a Strasburgo e andiamo in giro, andiamo in università, andiamo a sbattere insieme, ci serviamo insieme, ogni tanto facciamo cose strane, però il più delle volte è molto funzionale, siamo amiche, cioè, lei non può dirlo, non può rispondere, quindi rispondo io per lei, io credo che anche lei sia mia amica.
Noi di SiViaggia comunque continueremo a seguirti sul tuo profilo Instagram.
Sì, @_blablablind_, mi piacerebbe molto vedere qualche persona nuova e, se volete vedere le mie avventure di viaggio, di vita quotidiana, adesso che mi sono trasferita a Strasburgo per il dottorato, quindi seguitemi.
Ascoltate l’intervista nel podcast.