Dopo il restauro torna visitabile la chiesa più enigmatica di Borromini a Roma

Nascosta in un cortile, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma riapre dopo anni di chiusura e restauri: è un capolavoro barocco tutto da decifrare

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Elena Usai

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La chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Francesco Borromini, resta quasi nascosta a chi cammina per strada, chiusa nel cortile dell’antico complesso universitario che oggi ospita l’Archivio di Stato di Roma. Oggi, dopo anni di chiusura e al termine di un lungo percorso di restauro, riapre finalmente al pubblico.

In questa chiesa Borromini, che nel 1632 viene nominato architetto della Sapienza ricevendo l’incarico da Papa Urbano VIII Barberini, “ha rivoluzionato il linguaggio architettonico del suo tempo, facendo della geometria una forma di bellezza e della luce una componente essenziale dello spazio: un luogo in cui il rigore matematico incontra la libertà dell’immaginazione”, come ha dichiarato Alessandro Giuli, ministro della cultura.

Il restauro “virtuosistico” della chiesa

La soprintendente speciale di Roma, Daniela Porro, lo ha definito un restauro “virtuosistico”. L’intervento ha infatti riportato alla luce le diverse tonalità di bianco degli interni, dalle più calde alle più fredde, esattamente come le aveva pensate Borromini. Non si tratta solo di un dettaglio estetico: è proprio il dialogo tra queste sfumature a creare i contrasti che esaltano ombre e profondità degli stucchi, dando ritmo e movimento a una delle architetture più emblematiche dell’artista.

Il risultato è uno spazio che appare al tempo stesso grandioso e raccolto, dove superfici concave e convesse si rincorrono fino alla cupola. La visita all’interno della chiesa, però, è più di un semplice giro tra le opere d’arte, ma un invito a decifrare un enigma ancora irrisolto in uno dei capolavori più sorprendenti del barocco italiano.

Il mistero della pianta stellata e dei simboli dei papi

A quasi quattro secoli dalla sua costruzione, Sant’Ivo custodisce ancora molti segreti. Il primo è la pianta: un esagono stellato nato dall’incrocio di due triangoli contrapposti, con le tre absidi sulle punte del triangolo rovesciato e gli angoli convessi su quelle del triangolo di base. Una soluzione che trasforma l’esagono in uno spazio fluido e continuo.

Sull’origine di questa forma gli studiosi non sono ancora riusciti a trovare un accordo. C’è chi ritiene che la pianta rappresenti la stilizzazione dell’ape dei Barberini, lo stemma di Urbano VIII, e chi, invece, la lega al linguaggio simbolico della Sapienza. Altri ancora la associano a un triangolo con absidi aggiunte e angoli sottratti, sul modello di altre architetture come l’esaconco funerario della via Appia.

Il fascino aumenta guardando i simboli che decorano la chiesa, ognuno con una doppia lettura, religiosa e celebrativa, legata ai tre papi che ne seguirono la costruzione. Le api e i soli richiamano la sapienza divina, ma anche l’araldica dei Barberini; le colombe con il ramoscello d’ulivo rimandano ai Pamphili di Innocenzo X; i monti, visibili negli stucchi della volta e sulla facciata, sono l’emblema dei Chigi di Alessandro VII. Le stelle a sei punte evocano re Salomone, figura della sapienza, mentre i due triangoli equilateri rappresentano la Trinità.

Se siete curiosi e volete ammirare di persona la bellezza di questa incredibile chiesa, da oggi 27 ottobre 2026 potrete farlo gratuitamente dal lunedì al venerdì, dalle 9:30 alle 13:30.