Oltre la folla e l’overtourism: la grande rivincita dei borghi italiani nell’estate 2026

I borghi italiani conquistano i viaggiatori: aumentano permanenza e spesa sul territorio, offrendo un’alternativa concreta alle più affollate città d'arte

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Elena Usai

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La scrittura, il viaggio e la fotografia sono le sue grandi passioni e quando parte non dimentica mai di portare un libro con sé.

Avendo meno monumenti e attrazioni da spuntare sulla lista, i borghi spingono a rallentare e a vivere appieno le proprie vacanze estive. Ed è proprio per questo motivo che molti viaggiatori stanno cominciando a prediligere le aree interne piuttosto che le grandi città d’arte, sempre più sotto pressione a causa dell’overtourism. Venezia, per esempio, ha confermato per il terzo anno consecutivo il contributo di accesso per i turisti.

L’estate 2026, quindi, vede protagonisti i piccoli comuni e le aree interne italiane. Ma non si tratta semplicemente della solita fuga del fine settimana o di un fugace viaggio fuori porta, ma dell’affermazione di un vero e proprio modello sociologico ed economico che spinge le persone a trascorrere più tempo presso destinazioni più tranquille. La ricerca di ritmi più distesi, spazi aperti e un contatto viscerale con l’identità locale sta spingendo i viaggiatori a riconsiderare la mappa delle proprie vacanze.

Soggiorni più lunghi nei piccoli borghi italiani

A confermare questa tendenza dei viaggiatori sono le rilevazioni di Ruralis, realtà specializzata nella gestione e promozione dei borghi e degli affitti brevi, affiancate dall’analisi del Centro di Ricerca Divulgativo della Rome Business School nel report “Italia oltre l’overtourism”. L’indagine, condotta su un campione di oltre 7.300 prenotazioni, evidenzia come il turismo mordi e fuggi stia lasciando il passo a una presenza più stanziale e consapevole.

Secondo il report, la permanenza media nei piccoli borghi italiani ha registrato un balzo del +46%, passando dalle 2,35 giornate degli anni passati a ben 3,44 giorni. Questo allungamento dei tempi di permanenza si riflette in modo diretto sull’economia locale: la spesa media per singola prenotazione è salita da 269 a oltre 469 euro, toccando una crescita del +74%.

Chi sceglie queste destinazioni non cerca solo un punto d’appoggio temporaneo, ma seleziona strutture ricettive curate, frequenta la ristorazione di prossimità, acquista dai piccoli produttori e contribuisce in maniera attiva al riuso del patrimonio immobiliare. In questo modo si innesca un circolo virtuoso capace di contrastare concretamente lo spopolamento delle aree interne.

A spingere le scelte verso le destinazioni minori, inoltre, concorrono altre dinamiche: il rincaro dei biglietti aerei, la riorganizzazione delle rotte e una spiccata tendenza al last minute, con oltre quattro europei su dieci che perfezionano la prenotazione negli ultimi trenta giorni prima di partire.

Il Molise è la meta più amata dai viaggiatori

La redistribuzione dei flussi premia territori tradizionalmente lontani dalle direttrici del turismo di massa. In cima alle graduatorie per crescita dell’occupazione e delle prenotazioni svetta il Molise, che guida un insieme di regioni a forte vocazione paesaggistica comprendente Basilicata, Sicilia, Emilia-Romagna e Abruzzo.

I dati rivelano casi emblematici lungo le coste e nell’entroterra: a Scalea, perla della Riviera dei Cedri in Calabria, il tasso di occupazione per il mese di agosto ha già raggiunto il 32% (rispetto al 28% della stagione precedente), mentre luglio registra un incremento al 22%.

Questa spinta verso la prossimità porta con sé ricadute occupazionali dirette e lo sviluppo di nuove figure professionali sul territorio, stimolando la nascita di formule di ricettività diffusa. Tuttavia, ci sono delle sfide da affrontare per consolidare il fenomeno nel lungo periodo: dal potenziamento delle infrastrutture allo sviluppo di soluzioni sostenibili per gestire i flussi futuri, indispensabili per proteggere l’identità locale ed evitare i rischi di una progressiva gentrificazione.

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