Sonsbeek, la rassegna che trasforma il parco di Arnhem in un museo a cielo aperto

Fino all'11 ottobre, ad Arnhem, nei Paesi Bassi, il parco di Sonsbeek diventa museo a cielo aperto: la rassegna più antica d'Europa tra arte, memoria e spazio comune

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Elena Usai

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La scrittura, il viaggio e la fotografia sono le sue grandi passioni e quando parte non dimentica mai di portare un libro con sé.

Chi entra nel parco di Sonsbeek, resta disorientato: quello che si trova davanti agli occhi è un’opera d’arte o un albero secolare che la sovrasta? È esattamente l’effetto voluto. Fino all’11 ottobre, ad Arnhem, nei Paesi Bassi, la più antica rassegna d’arte pubblica d’Europa torna con la sua tredicesima edizione, intitolata Ik hoef geen tuin, ik deel een park, ossia “Non ho bisogno di un giardino, condivido un parco”.

Non un museo trasferitosi all’aperto, ma un parco che rifiuta l’idea stessa di essere posseduto, curato, recintato. Tra installazioni monumentali, cinema, performance e passeggiate guidate, Sonsbeek 2026 chiede al visitatore di fare qualcosa che i musei tradizionali raramente pretendono: coesistere.

Un parco nato dalle macerie

Sonsbeek nasce nel 1949, in una città che porta ancora addosso le ferite della battaglia di Arnhem, l’operazione militare avvenuta nei Paesi Bassi nel settembre 1944 e raccontata anche nel film Quell’ultimo ponte del 1977. In quel contesto, l’idea di riportare arte e persone in uno spazio aperto non era un vezzo estetico, ma un atto di ricostruzione civica. Da allora, la rassegna si è svolta sempre tornando allo stesso luogo simbolico: un giardino paesaggistico ottocentesco disegnato per sembrare natura spontanea, oggi trasformato nel palcoscenico di una domanda molto più radicale su chi ha diritto a quello spazio.

Django van Ardenne
Opera a cielo aperto di Jota Mombaça

È una domanda che, per chi visita l’Europa, suona sorprendentemente familiare. Sempre più spesso, infatti, si nota come lo spazio pubblico rischi di diventare accessibile solo a pagamento, mentre gesti un tempo scontati, come sedersi all’ombra o bere a una fontana, si fanno sempre più rari. Sonsbeek sembra rispondere in anticipo a questa preoccupazione, riportando al centro l’idea di un parco come bene comune, non come lusso da consumare.

Django Van Ardenne
Un’opera di Mounira Al Solh, tra gli artisti internazionali coinvolti in Sonsbeek 2026

Il programma del 2026

Il programma di quest’edizione riunisce diciotto tra artisti e collettivi internazionali, da Forensic Architecture a Jumana Manna, da On Kawara al collettivo locale Loesje, da cui nasce lo slogan-titolo, chiamati a lavorare su memoria, paesaggio e convivenza tra specie.

Le opere non sono confinate al parco: coinvolgono anche il centro città, con istituzioni partner come Museum Arnhem e Rozet. Accanto alla mostra corre Spiral Movements, un ricco programma pubblico di talk, tour e incontri con gli artisti pensato apposta per essere vissuto più volte, non esaurito in una sola visita. A completare l’offerta, tra agosto e settembre, il cinema: otto appuntamenti tra classici e cortometraggi d’artista firmati Focus Filmtheater.

Majon Gemmeke
La suggestiva opera di Ipeh Nur

Forse è proprio una frase della curatrice Christina Li a racchiudere meglio lo spirito dell’edizione: muoversi nello spazio senza forzarlo, quasi come nel Tai Chi, imparando a leggerlo invece di imporsi su di esso. Un’immagine che vale anche come istruzione per l’uso, per chi arriva ad Arnhem da turista: non c’è un percorso obbligato, né un’opera da spuntare sulla lista. C’è solo un parco, ottant’anni di storia sedimentata sotto i piedi e la possibilità di condividerlo con chiunque altro decida di attraversarlo nello stesso momento.

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