Scoperta la Pompei della Mesopotamia: dalle sabbie del Kurdistan riemerge la storia di Qabra

Resti umani e scritti millenari riaffiorano nel Kurdistan iracheno, offrendo la cronaca più nitida mai scoperta di una guerra nella Media Età del Bronzo

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Elena Usai

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Nel secondo millennio a.C., mentre la vicina Cittadella di Erbil si consolidava come uno dei centri urbani più duraturi della storia, a soli venti chilometri di distanza una monumentale città fortificata andava incontro a un destino violento. Oggi, i segreti di quell’avamposto della Media Età del Bronzo stanno riemergendo dal sito di Kurd Qaburstan, nel Kurdistan iracheno. Un team guidato dalla University of Central Florida, in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità locale, ha riportato alla luce tavolette cuneiformi, fortificazioni e fosse comuni: la testimonianza ravvicinata di un catastrofico assedio.

“La nostra ricerca del 2025 ha prodotto chiare prove archeologiche che collegano il sito all’assedio di Qabra, a partire dal primo gruppo significativo di tavolette cuneiformi trovato nella pianura di Erbil”, spiega Tiffany Earley-Spadoni, direttrice del progetto. “Diverse tavolette sono datate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, assecondando perfettamente la linea temporale della caduta della città”.

Sostenuti dalla U.S. National Science Foundation, questi eccezionali ritrovamenti offrono una delle cronache più nitide mai scoperte sulla guerra e sulla vita urbana di quattromila anni fa.

La scoperta dell’antica Qabra

All’interno dell’ala orientale del palazzo della città bassa, gli archeologi hanno riportato alla luce venti tavolette cuneiformi e oltre cento sigilli amministrativi, rimasti sepolti sotto gli strati di macerie causati dal crollo della struttura. Questi testi, ora al vaglio degli epigrafisti, offrono una straordinaria istantanea sull’economia e sulla vita quotidiana della corte poco prima della catastrofe. Tra i registri contabili spicca anche una lettera, probabilmente redatta da un alto funzionario di Qabra.

Ma il palazzo non ha custodito solo burocrazia. Sotto i tetti crollati e le spesse coltri di cenere, la bioarcheologa Andrea Zurek-Ost (Michigan State University) ha analizzato i resti di 17 individui. Non si tratta di una sepoltura formale: queste persone, probabilmente servitori o lavoratori del palazzo, sono state lasciate esattamente dove la morte le ha colte durante l’assalto. Un corpo è stato persino rinvenuto a faccia in giù sopra un bacino di pietra.

Le macerie bruciate e la drammatica disposizione dei corpi offrono la testimonianza archeologica più nitida mai documentata di un assedio della Media Età del Bronzo in Mesopotamia settentrionale. I dati sul terreno combaciano con precisione: due distruzioni sovrapposte che confermano il racconto della Stele della Vittoria di Dadusha e la successiva conquista della città da parte del re assiro Shamshi-Adad I.

Il valore di questa scoperta

Inoltre, i dati emersi a Kurd Qaburstan, frutto anche di una monumentale mappatura geomagnetica di oltre 80 ettari, dimostrano che le città del nord possedevano una complessità monumentale straordinaria. Per decenni, infatti, la culla dell’urbanizzazione mesopotamica è stata identificata quasi esclusivamente con le grandi metropoli del sud, come Uruk.

Le indagini del sottosuolo hanno invece rivelato una sontuosa cinta muraria intervallata da bastioni difensivi, oltre a strade dotate di ingegnosi sistemi di drenaggio e quartieri domestici destinati alla produzione tessile e alimentare.

Come evidenziato dalla direttrice del progetto Tiffany Earley-Spadoni, i centri settentrionali erano vasti, politicamente significativi e dotati di infrastrutture all’avanguardia, del tutto paragonabili ai siti più celebri del sud. Mentre nei laboratori sono già in corso le analisi del DNA antico e degli isotopi sui resti delle vittime per comprenderne l’origine, Kurd Qaburstan restituisce finalmente la voce a una capitale rimasta per millenni nell’oblio, riscrivendo i rapporti di forza della Mesopotamia profonda.

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