Nonostante sia in cima a una montagna perennemente innevata, il rifugio di montagna chiude per il troppo caldo

Il rifugio a 3.609 metri sul Pizzo Bernina chiude perché caldo e zero termico oltre i 4.200 metri fanno cedere neve e ghiaccio, rendendo instabile la montagna

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Sara Boccolini

Travel Blogger

Laureata in Scienze del Turismo, ama da sempre viaggiare. Travel Blogger dal 2012 e Content Creator, alterna zaino in spalla a bagaglio a mano.

A oltre 3.600 metri di quota, dove neve e ghiaccio dovrebbero dominare il paesaggio anche in estate, il caldo sta cambiando le regole della montagna. È quanto sta accadendo sul Pizzo Bernina, in Valtellina, dove il rifugio Marco e Rosa De Marchi-Agostino Rocca, il più alto della Lombardia, è stato costretto a chiudere in anticipo a causa delle condizioni sempre più instabili dell’alta quota.

Il rifugio costretto a chiudere per il caldo

A gestire la struttura in Lombardia da trent’anni è Giancarlo Lenatti, 69 anni, guida alpina e maestro di sci. In vista della stagione estiva aveva accumulato provviste fino al 20 settembre e le prenotazioni erano già esaurite. Ma l’evoluzione delle condizioni meteorologiche ha reso impossibile proseguire l’attività in sicurezza.

«Ho conosciuto estati difficili, ma questa volta è diverso», ha raccontato Lenatti al Corriere della Sera. Il problema non riguarda soltanto la quantità di neve presente sul massiccio, ma la stabilità complessiva della montagna. In particolare, a destare preoccupazione sono le aree comprese tra i 2.800 e i 3.000 metri, dove neve e ghiaccio stanno cedendo, i crepacci si allargano e alcune pareti rocciose appaiono sempre più instabili.

Una situazione che non si era mai verificata nei 30 anni di gestione del rifugio Marco e Rosa De Marchi-Agostino Rocca da parte di Giancarlo Lenatti – nonostante estati difficili e calde ci siano già state.

Il gestore ha assistito anche al distacco di una massa di sassi e ghiaccio proprio sotto il rifugio. Un episodio improvviso che descrive bene la situazione dell’alta montagna: «Prima la montagna era ferma, poi ha cominciato a muoversi». Anche sul ghiacciaio sono comparse nuove voragini e profonde fratture che, in alcuni punti, rendono impossibile il passaggio.

Il caldo rende instabile la montagna

A rendere particolarmente delicata la situazione sono le temperature eccezionalmente elevate. Secondo Lenatti, lo zero termico è salito oltre i 4.200 metri, raggiungendo una quota insolitamente alta per un ambiente come quello del Bernina.

Il caldo non provoca quindi soltanto la fusione della neve e del ghiaccio. A risentirne è anche il permafrost, cioè il terreno che rimane permanentemente ghiacciato e che contribuisce a mantenere compatte le rocce delle montagne. Quando il ghiaccio si scioglie, la roccia perde coesione e aumenta il rischio di crolli e distacchi.

Per questo il Cai ha disposto la chiusura del rifugio della Valmalenco, nonostante la stagione fosse stata programmata fino a settembre e le prenotazioni fossero esaurite. Anche le guide alpine, abituate a muoversi su itinerari impegnativi e in condizioni difficili, faticano ormai a raggiungere la struttura. Per Lenatti è un segnale inequivocabile: «La montagna così non è sicura».

Per poter riaprire, secondo il gestore, servirebbe almeno un metro e mezzo di neve fresca e soprattutto il ritorno di temperature più basse. Una situazione che, dopo tre decenni trascorsi a osservare la montagna, lo stesso Lenatti definisce senza precedenti.

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