Negli ultimi anni, ha cominciato a diffondersi un nuovo modo di conoscere un Paese: non attraverso le sale di un museo o una spiaggia, bensì camminando tra le corsie di un supermercato.
Oggi lo chiamano Grocery Store Tourism e su TikTok è diventato un vero fenomeno, soprattutto in Asia, dove i creator si sfidano a sopravvivere per giorni mangiando solo prodotti dei minimarket 7-Eleven: onigiri, ramen istantanei, sandwich confezionati o snack di ogni tipo.
Dietro la moda social, però, c’è un’intuizione tutt’altro che nuova: entrare in un supermercato locale significa cogliere una sfumatura della vita quotidiana di chi in quel posto ci abita davvero, qualcosa che raramente un monumento o un itinerario turistico riescono a mostrare. È un fatto curioso, perché fare la spesa a casa propria è quasi sempre una faccenda da sbrigare il più in fretta possibile. All’estero, invece, diventa un modo per decifrare un luogo attraverso i suoi scaffali, i suoi snack, i suoi piccoli dettagli quotidiani.
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Cos’è il Grocery Store Tourism
Il termine è recente, ma la pratica no: oltre a visitare un monumento, fare il bagno o percorrere un sentiero, si entra al supermercato o nel negozietto di quartiere per osservare la vita reale degli abitanti del posto. Non è solo una moda nata su TikTok, dove abbondano i video dedicati ai konbini giapponesi o alle catene asiatiche aperte 24 ore su 24, o un trend definito anche supermarket safari, ma il sintomo di un modo diverso di viaggiare, più interessato alla quotidianità.
È anche una reazione alla stanchezza del turismo da cartolina: gli stessi locali instagrammabili, gli stessi indirizzi ormai tutt’altro che segreti, le stesse insegne che rendono molte città sorprendentemente simili tra loro. Il supermercato, al contrario, non deve dimostrare nulla perché esiste per servire chi vive lì, non per sedurre chi lo visita.
Dietro alle sue porte scorrevoli si nasconde qualcosa di più vicino al ritmo reale di un luogo. Scaffali di snack iper-specifici, bevande regionali e prodotti di uso quotidiano offrono uno sguardo autentico che nemmeno il miglior ristorante riesce a restituire. Si entra quando si vuole, si prende qualcosa di sconosciuto e nel peggiore dei casi si esce con un sacchetto di patatine dal gusto strano che non piacciono. Nel migliore, si esce con una comprensione nuova del posto.
Cosa raccontano gli scaffali del supermercato
Basta osservare cosa finisce nei carrelli per capire cosa si mangia e quali sono i sapori più amati da chi vive in un luogo. Il prezzo del latte rispetto a quello del pane, la varietà degli yogurt, l’ampiezza del reparto surgelati: sono dettagli piccoli che insieme raccontano molto, dalle abitudini alimentari alla disponibilità economica. C’è poi il piacere di confrontarsi con un posto nuovo attraverso qualcosa di apparentemente banale: un’etichetta scritta in una lingua sconosciuta, di per sé, basta a ricordare che ci si trova altrove.
Un reparto interamente dedicato al burro, come capita in Francia, o le decine di gusti di KitKat che si trovano solo in Giappone, sono i dettagli che interessano sempre più ai viaggiatori.
Alcuni negozi sono già entrati stabilmente negli itinerari di viaggio, al punto da comparire nelle guide turistiche accanto a musei e chiese. I konbini giapponesi, celebri per gli onigiri caldi disponibili anche alle due di notte, sono ormai un’esperienza di viaggio a sé. La Grande Épicerie di Parigi è una vetrina dell’eccellenza gastronomica francese, Peck a Milano racconta la tradizione italiana d’alta gamma, Fortnum & Mason a Londra è storia del commercio inglese, mentre Erewhon a Los Angeles è il simbolo della cultura del benessere e del lusso alimentare americano.
Il rischio che anche questa pratica finisca per trasformarsi in un’esperienza costruita apposta per i social è sempre dietro l’angolo. Per adesso, però, durante il vostro prossimo viaggio, non dimenticate di inserire nell’itinerario anche un supermercato locale.