In Sardegna c’è una piramide che sembra arrivare da un’altra civiltà: è il Santuario prenuragico Monte d’Accoddi

A pochi chilometri da Sassari, una monumentale terrazza di pietra racconta 5000 anni di riti, villaggi e sepolture, tra il misterioso “Tempio rosso” e un paesaggio sacro

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Serena Proietti Colonna

Travel blogger

PhD in Psicologia Cognitiva, Travel Blogger, Coordinatrice di Viaggio e Redattrice Web di turismo, una vita fatta di viaggi, scrittura e persone

Nel paesaggio aperto della Nurra, a nord-ovest della Sardegna, una grande struttura di pietra emerge dalla pianura con un aspetto decisamente insolito per l’isola. Inizialmente sembra una collina artificiale, modellata con cura per condurre lo sguardo verso l’alto, ma piano piano ci si rende conto che in realtà, sotto terra, pietre e grandi blocchi calcarei custodiscono la storia di un santuario prenuragico costruito circa 5.000 anni fa.

Si chiama Monte d’Accoddi e il suo monumento principale è un altare a terrazza con forma tronco-piramidale, raggiunto da una lunga rampa rettilinea. La somiglianza con le ziqqurat della Mesopotamia ha alimentato paragoni affascinanti, anche se le fonti archeologiche sottolineano l’assenza di una relazione diretta tra le due realtà.

L’area archeologica nella sua completezza, però, racconta qualcosa di ancora più ampio rispetto al grande altare: intorno si sviluppava un villaggio, mentre a circa 500 metri una necropoli comprende 8 ipogei pluricellulari scavati nella parete calcarea. Menhir, grandi lastre, pietre sferoidali e strutture legate alla sfera rituale completano un paesaggio che per generazioni ha avuto una funzione religiosa.

Breve storia del Monte d’Accoddi

La storia di Monte d’Accoddi comincia con un villaggio di capanne circolari, frequentato forse già intorno al 3400 a.C., durante le fasi della cultura di San Ciriaco. Nei secoli successivi l’abitato cambiò aspetto e, durante la cultura di Ozieri, tra il 3200 e il 2800 a.C., alle prime abitazioni si sostituirono capanne quadrangolari. Proprio al centro di questo nuovo insediamento venne organizzato uno spazio destinato alla sfera sacra, segnando la trasformazione del colle in un importante luogo di culto.

Fu allora che comparve il primo altare, una struttura molto più piccola rispetto a quella visibile oggi, sulla cui sommità si trovava un sacello rettangolare, lungo quasi 13 metri e largo 7,20, del quale restano il pavimento e parte delle pareti. L’intonaco ricoperto di ocra rossa ha dato all’edificio il suo celebre soprannome, “Tempio rosso“.

La storia del primo santuario ebbe però una brusca interruzione intorno al 2800 a.C. a causa di un incendio e, anziché ricostruire semplicemente l’edificio originario, le comunità che frequentavano il sito realizzarono un’opera molto più ambiziosa. Il primo altare venne inglobato all’interno di una nuova piattaforma tronco-piramidale, costruita con strati di terra e pietre e rivestita esternamente da grandi blocchi calcarei. Per raggiungere la terrazza fu realizzata una nuova rampa trapezoidale, lunga circa 42 metri. È questa seconda costruzione, più imponente e ancora oggi riconoscibile, ad aver dato a questo angolo di Sardegna l’aspetto così particolare che lo distingue nel panorama della Preistoria mediterranea.

Più o meno nel 2600 a.C., durante la cultura di Abealzu, il territorio attorno all’altare venne nuovamente occupato da un villaggio, questa volta formato da capanne con muri rettilinei, focolari e coperture sostenute da pali. Tra queste si fa notare la cosiddetta “capanna dello stregone“, una costruzione articolata in 5 ambienti irregolari. Il nome deriva da alcuni reperti particolari rinvenuti al suo interno, tra cui una punta di corno bovino e conchiglie bivalvi raccolte dentro una brocca.

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L’Altare preistorico di Monte d’Accoddi visto da vicino

Anche gli spazi attorno all’altare conservavano elementi legati alla dimensione rituale: un menhir alto 4,44 metri segnava l’area sacra, mentre nelle vicinanze furono rinvenute 2 grandi pietre sferoidali che, secondo alcuni studiosi, possiedono simbolismi astrali (il loro significato, tuttavia, resta oggetto di interpretazione).

Con il passare dei secoli, però, Monte d’Accoddi perse la sua funzione religiosa originaria. Il santuario venne progressivamente abbandonato come centro di culto e il sito continuò a essere frequentato in forme diverse durante l’età nuragica, il periodo fenicio-punico, l’età romana e il Medioevo.

Per secoli la collina rimase così nascosta sotto la terra e la vegetazione, fino a quando la sua forma insolita attirò l’attenzione degli archeologi. La svolta arrivò nel 1952, quando Ercole Contu iniziò a scavare in un terreno appartenuto ad Antonio Segni. In origine si pensava che il rilievo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Gli scavi portarono invece alla luce l’altare monumentale, il villaggio, il menhir e numerosi elementi legati alla sfera rituale, rivelando la vera natura del sito.

La visita tra altare, villaggio e necropoli

La visita a Monte d’Accoddi comincia dalla base del monumento, davanti alla grande rampa che sale verso la terrazza. Vista dal basso, appare quasi come una strada monumentale costruita appositamente per condurre verso uno spazio riservato alla dimensione sacra.

La salita porta verso la terrazza superiore, ma il vero interesse del monumento sta anche in ciò che rimane nascosto al suo interno. Il primo santuario, il cosiddetto “Tempio rosso”, oggi non è visitabile per ragioni di tutela, conservazione e sicurezza. Restano però le tracce della sua presenza e la ricostruzione delle diverse fasi permette di leggere il monumento quasi come una sezione della Preistoria sarda.

Attorno all’altare si apre l’area occupata dal villaggio. Le capanne appartengono a diverse fasi della frequentazione del sito e mostrano un’organizzazione molto diversa rispetto alla monumentalità del santuario. I muri erano formati da uno zoccolo di piccole pietre, sul quale poggiavano strutture realizzate con mattoni crudi oppure con canne e frasche intonacate. Pali inseriti nelle buche dei pavimenti sostenevano le coperture vegetali, mentre all’interno delle abitazioni si trovavano focolari rettangolari con bordi rialzati in argilla.

Oltre alla “capanna dello stregone”, la dimensione rituale emerge soprattutto dagli elementi litici distribuiti attorno al santuario. Accanto al lato destro della rampa si trova una grande tavola per offerte in trachite, mentre sul lato meridionale c’è invece il menhir.

Ancora più enigmatico è il grande lastrone trapezoidale in calcare che poggia su 3 basi litiche e presenta 7 fori lungo i bordi. Sotto la lastra si trova un inghiottitoio naturale, la cui funzione è stata interpretata forse in relazione a sacrifici cruenti. Poco lontano ci sono 2 grandi pietre calcaree di forma sferoidale, considerate elementi dalla possibile valenza sacra.

Completano il complesso 3 stele calcaree provenienti dall’edificio. Una presenta una losanga e spirali, un’altra mostra una figura femminile stilizzata, mentre la terza è caratterizzata da 13 scanalature parallele attraversate da almeno 2 incisioni perpendicolari. A circa 500 metri dall’altare c’è infine la necropoli ipogeica, scavata nella parete calcarea rivolta verso il rio d’Ottava.

Comprende 8 tombe pluricellulari, alcune decorate con protomi bovine e altri elementi architettonici. La presenza delle sepolture completa il quadro del territorio antico, mettendo in relazione lo spazio abitato, quello destinato ai rituali e quello riservato ai defunti.

Dove si trova e come arrivare

Il Santuario di Monte d’Accoddi si trova nella Nurra, nel territorio di Sassari, a circa 13 km dal capoluogo. Per raggiungere il sito da Sassari si percorre la ex Strada Statale 131 in direzione di Porto Torres fino al km 222,200. Da questo punto si prende lo svincolo indicato per Bancali e altre direzioni, tornando verso Sassari fino alla Strada Vicinale Monte d’Accoddi. La presenza della segnaletica turistica permette di individuare facilmente l’accesso all’area archeologica.

Chi arriva da Porto Torres percorre la stessa strada in direzione di Sassari. Dopo circa 8 km, la Strada Vicinale Monte d’Accoddi si trova immediatamente sulla destra rispetto alla ex SS 131.

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