Mettete via subito il passaporto: anche se stiamo per volare in Sud America, basta la carta d’identità (valida per l’espatrio). Ma come è possibile? Le Isole du Salut (in lingua originale Îles du Salut, ma comunemente chiamate Isole della Salvezza), sono un arcipelago situato a circa 14 chilometri dalla costa della Guyana Francese, un dipartimento d’oltremare della Francia, quindi dall’altra parte del mondo ma comunque appartenenti all’Unione europea.
Tre masse di origine vulcanica che affiorano tra correnti potenti e acque sorprendentemente limpide, che si trovano geograficamente in un territorio lontanissimo ma facilmente accessibile. Per noi cittadini italiani, infatti, sbarcare qui è semplice quanto atterrare a Parigi (se non fosse per la vaccinazione obbligatoria contro la febbre gialla), ma con l’aria densa di un’umidità equatoriale che incolla i vestiti alla pelle e un paesaggio che ci ricorda i romanzi di avventura più estremi.
Dalle dimensioni ridotte (persino meno di un chilometro quadrato), l’arcipelago concentra una densità storica rara. Vi basti pensare che queste isole hanno ospitato uno dei sistemi penitenziari più duri dell’Ottocento e del primo Novecento, diventando sinonimo di deportazione e isolamento. Prima di tutto ciò, però, erano “solo” le Isole delle Salvezza: diversi coloni mandati dalla madrepatria per popolare la Guyana riuscirono a rifugiarsi su questi scogli quasi totalmente privi delle micidiali zanzare delle paludi e sopravvivere, a differenza degli altri che morirono decimati dalle febbri sulle coste fangose del continente.
Oggi visitarle equivale a conoscere più a fondo un capitolo oscuro della storia umana, ma anche celebrare la resilienza della natura e dello spirito.
Indice
Île Royale
Il primo suono che si avverte arrivando a Île Royale, la più grande delle tre isole dell’arcipelago, è quello prodotto dalle scimmie cappuccine che si rincorrono tra i rami dei grandi alberi di mango. In passato Royale era il centro nevralgico del sistema carcerario, il luogo che ospitava gli uffici amministrativi, l’ospedale e la chiesa.
Si approda lungo una costa rocciosa segnata da massi vulcanici scuri, subito seguita da un viale di palme e vegetazione ornamentale introdotta durante il periodo coloniale. Tutto, infatti, appare imponente, ma contemporaneamente impreziosito da una natura tropicale fitta e stratificata, baie protette, e spiagge di sabbia chiara di origine oceanica (ideali per bagni rinfrescanti.)
Gli edifici ufficiali sorgono in posizioni dominanti, con viste aperte verso le altre isole che attualmente sono un pezzo di storia a portata di mano. L’antica casa del direttore, per esempio, è dipinta in tonalità chiare ed è oggi la culla di un museo dedicato alla storia penitenziaria, con tanto di documenti, oggetti quotidiani e ricostruzioni che restituiscono una narrazione in grado di trasmettere il peso della reclusione (ma senza – e per fortuna – ricorrere alla spettacolarizzazione).
Poco distante si trovano la cappella e l’ospedale, entrambi iscritti all’inventario dei monumenti storici, e il quartiere disciplinare, con celle minuscole e superfici graffiate dal tempo. In mezzo a queste varie strutture che per anni sono state sinonimo di inferno, c’è un presenza animale sorprendente: girano saimiri, iguane e pavoni.
Île Saint-Joseph
Più piccolina e persino più aspra e silenziosa è Île Saint-Joseph, una terra che può propagare un senso di solitudine avvolgente fin dal primo sguardo. Del resto, era lei l’isola dedicata alla reclusione solitaria e al castigo più duro. Va specificato, però, che l’accesso non è sempre garantito in quanto dipende dalle condizioni del mare.
Le strutture carcerarie appaiono inghiottite dalla foresta. Muri in pietra locale, intonaci rosati e scale consumate emergono tra liane e alberi ad alto fusto. Le celle disciplinari risultano anguste, prive di aperture ampie, progettate per ridurre stimoli e contatti: venivano chiamate dai detenuti”mangiatoie per uomini“, perché senza tetto e coperte solo da una grata metallica.
Il percorso per vistare tutto ciò che vi abbiamo appena raccontato segue un tracciato che collega i vari complessi penitenziari fino a una zona cimiteriale affacciata sull’oceano. E, passo dopo passo, non è difficile immaginare (con anche un po’ di inevitabile angoscia) le guardie che camminavano sopra queste passerelle, osservando i prigionieri sottostanti esposti al sole cocente o alle piogge tropicali torrenziali, come se fossero bestie in gabbia.
Arrivati nei pressi dell’acqua salata, però, il paesaggio cambia improvvisamente: una spiaggia di sabbia chiara si apre tra rocce e palme, con acqua turchese e riflessi luminosi.
Île du Diable
Ve lo diciamo senza troppi giri di parole: l‘Île du Diable (che in italiano traduciamo in Isola del Diavolo) non può essere visitata, ma solo osservata da lontano. Un limite? Certamente, ma per un valido motivo e, soprattutto, un vincolo che non ne modifica di troppo il fascino.
Le correnti violente e la configurazione costiera, infatti, impediscono l’attracco. L’isola è quindi un elemento costante del paesaggio ma anche un luogo irraggiungibile. In passato rappresentava il posto di reclusione dei detenuti politici e delle figure considerate simbolicamente pericolose e il suo nome, che chiaramente rimanda agli inferi, è dovuto a una lunga storia di naufragi e tentativi di fuga falliti.
La sua fama, però, deriva soprattutto dalla detenzione del capitano Alfred Dreyfus, ufficiale francese condannato ingiustamente per tradimento alla fine del XIX secolo. La sua abitazione carceraria, restaurata e classificata monumento storico, resta osservabile soltanto dal mare o dai punti panoramici di Île Royale.
Nonostante ciò, l’assenza di accesso fisico rafforza il valore simbolico del luogo: Île du Diable agisce come memoria visiva permanente, una presenza che richiama il senso ultimo del sistema penitenziario coloniale basato sull’allontanamento definitivo.
Come arrivare alle Isole du Salut
L’accesso all’arcipelago avviene esclusivamente via mare. Il punto di partenza è il porto turistico di Kourou, città costiera della Guyana Francese affacciata sull’Atlantico. Pur avendo una distanza dal continente che misura poco più di una decina di chilometri, la traversata restituisce una sensazione di distacco netto, amplificata dalle correnti e dall’orizzonte aperto.
Le imbarcazioni partono al mattino presto, con orari stabiliti in funzione delle condizioni marine e l’approdo diretto riguarda soltanto l’isola principale, che tra l’altro è anche l’unica in cui si può pure soggiornare. Saint-Joseph richiede trasporto autorizzato, subordinato allo stato del mare, mentre l’Île du Diable, come già accennato, resta esclusa da qualsiasi sbarco per motivi di sicurezza.
Il biglietto include andata e ritorno nella stessa giornata, con rientro nel pomeriggio. Alcuni operatori propongono traversate più flessibili, talvolta a vela, dedicate a chi desidera prolungare la permanenza su Royale pernottando presso l’unica struttura ricettiva dell’arcipelago. I posti risultano limitati, aspetto che suggerisce la necessità di una prenotazione anticipata.