Al confine tra le Grandi Pianure e le Montagne Rocciose degli Stati Uniti, resiste allo scorrere inesorabile del tempo un luogo che rappresenta una frattura netta nella geografia del continente. Il suo nome è Garden of the Gods (Giardino degli Dei in italiano) e provoca immediatamente una sorta di cortocircuito sensoriale. Il motivo è molto semplice: chi intraprende un viaggio on the road in questa zona degli Usa ha lo sguardo abituato all’orizzontalità delle praterie americane o alla maestosità classica delle vette. Poi, di punto in bianco, incontra questa prepotente esplosione verticale di colore.
Il parco, infatti, si compone di imponenti blocchi di arenaria rossa che emergono dal suolo con un’inclinazione innaturale, quasi come lame piantate di traverso. E il contrasto cromatico con il cielo limpido del Colorado, la vegetazione arbustiva e il profilo candido del Pikes Peak sullo sfondo risulta davvero intenso.
Anche se si è alle porte del Colorado Springs, la sensazione predominante suggerisce l’approdo su un altro pianeta, forse Marte (se solo il pianeta rosso possedesse una vegetazione di ginepri e pini ponderosa). Ma perché il nome è così evocativo? La risposta è piuttosto curiosa, in quanto furono a coniarlo due topografi americani a metà Ottocento, quando rimasero colpiti dalla monumentalità delle formazioni e parlarono di un giardino degno di divinità.
Indice
Storia e formazione di Garden of the Gods
Più di trecento milioni di anni: è questa l’età delle formazioni di Garden of the Gods. Le sue radici, dunque, fanno riferimento a un passato particolarmente remoto, persino difficile da immaginare. All’epoca, la porzione di mondo che oggi chiamiamo Colorado era coperta da mari poco profondi e da vaste distese sabbiose, i cui sedimenti compressi, nel tempo, formarono strati di arenaria che vennero successivamente sollevati e ruotati durante l’orogenesi delle Montagne Rocciose.
Le forze titaniche del movimento tettonico spinsero verso l’alto gli strati sedimentari orizzontali, piegandoli fino a portarli in posizione verticale. Ciò che osserviamo oggi rappresenta perciò le “pinne” di quegli antichi strati, raddrizzati e poi scolpiti dallo scorrere dell’acqua e del ghiaccio che si è intensificato durante l’ultima era glaciale (Pleistocene).
L’erosione, quindi, fece ciò che vediamo attualmente: scavò fessure, archi naturali e superfici levigate dal vento. Il colore rosso deriva invece dall’ossidazione del ferro presente nei sedimenti, elemento che accentua la percezione drammatica del paesaggio soprattutto nelle ore mattutine e al tramonto.
Non manca chiaramente la mano dell’uomo perché, prima dell’arrivo dei coloni europei, l’area era attraversata dal popolo Ute che utilizzava questi passaggi naturali come corridoi stagionali. Osservando con attenzione (moltissima attenzione) si possono notare tracce di focolari, sentieri antichi e incisioni rupestri che testimoniano una frequentazione continua, legata soprattutto alla caccia e agli spostamenti verso le montagne. In epoca più recente, cercatori d’oro e pionieri lasciarono firme incise nella pietra, attualmente protette come parte del patrimonio storico.
Nel 1971 Garden of the Gods ricevette la designazione di National Natural Landmark, seguita dall’inserimento nel Registro Nazionale dei Luoghi Storici. Anche in questo caso il motivo è piuttosto singolare: è uno dei contrasti più netti tra pianura e catena montuosa dell’intero Nord America.
Cosa vedere al Garden of the Gods
Va fatta una precisazione: non si può affatto escludere che le formazioni stimolino quella che viene chiamata pareidolia, un fenomeno psicologico che porta a vedere forme note in oggetti casuali. Niente di preoccupante, anche perché è considerata una caratteristica normale e comune della percezione umana.
Ma il fatto buffo è che in questo posto è quasi una certezza per via della combinazione tra la geometria verticale delle rocce e la natura caotica dell’erosione. Se dovesse accadere, dunque, non preoccupatevi. Piuttosto cercate di divertirvi notando che in quei monoliti il cervello, ogni tanto, “vede” cose che non dovrebbero esserci. Tra le soste migliori da fare:
Balanced Rock
Forse l’icona più fotografata dell’intero parco è proprio Balanced Rock, una roccia che sfida ogni logica fisica apparente. Si tratta di un masso di arenaria rossa del peso di svariate tonnellate che poggia su una base minuscola, modellata dal vento e dalla sabbia nel corso dei millenni. La stabilità della struttura appare precaria e osservandola dal basso si percepisce la potenza scultorea degli elementi naturali.
Kissing Camels
Il nome non è casuale: i Kissing Camels sembrano proprio due cammelli nell’atto di scambiarsi un bacio. Va specificato, però, che la forma è visibile soltanto da una specifica angolazione, dettaglio che spiega la fama del posto tra fotografi e visitatori attenti alle illusioni ottiche naturali.
Siamese Twins
Con un sentiero un po’ più impegnativo si può arrivare al cospetto dei Siamese Twins, ovvero due torri di roccia che si ergono unite alla base creando una finestra naturale. Attraverso questa apertura, nelle giornate limpide si riesce a inquadrare perfettamente la vetta innevata del Pikes Peak in lontananza.
Cathedral Valley
Lasciando i percorsi principali si ha l’opportunità di penetrare in questa zona tranquilla in cui le formazioni rocciose si presentano come guglie sottili e ravvicinate (simili alle canne di un organo o alle navate di una cattedrale gotica in rovina).
Rock Ledge Ranch Historic Site
Infine (ma non è di certo tutto) la Rock Ledge Ranch Historic Site, area storica di oltre 80 ettari che ricostruisce la vita nella regione tra il Settecento e l’inizio del Novecento. Edifici restaurati, fattorie e strutture agricole raccontano l’evoluzione dell’insediamento umano ai piedi delle Montagne Rocciose.
Come arrivare
Arrivare al Garden of the Gods risulta semplice per chiunque si trovi in Colorado. Il parco sorge a pochi chilometri dal centro di Colorado Springs e a circa un’ora di guida a sud di Denver, percorrendo l’autostrada interstatale I-25. L’uscita Garden of the Gods Road conduce direttamente verso l’ingresso principale.
Una volta giunti in prossimità, il Visitor & Nature Center accoglie i viaggiatori. È una struttura moderna che merita una sosta obbligata prima di avventurarsi tra le rocce, anche perché al suo interno ci sono mostre interattive sulla geologia, la flora e la fauna, oltre a un breve filmato introduttivo.
L’accesso al parco è possibile dall’alba fino alle 21 o 22 (dipende dalla stagione) ma, essendo gratuito, l’affluenza nei mesi estivi e nei fine settimana raggiunge picchi elevati. Una visita mattutina, poco dopo il sorgere del sole, garantisce tranquillità e una luce ideale per la fotografia (evitando al contempo le temperature più alte se andate in estate).