La vigna segreta di Pompei torna alla luce: il nuovo viaggio tra storia e sapori

Dalle ceneri dell'eruzione alla vigna biologica: ecco come il patrimonio millenario torna a produrre eccellenze enologiche seguendo antiche tecniche romane

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Elena Usai

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La scrittura, il viaggio e la fotografia sono le sue grandi passioni e quando parte non dimentica mai di portare un libro con sé.

“L’oscurità calò, non come quella di una notte senza luna o nuvolosa, ma come se la lampada fosse stata spenta in una stanza buia”. In una fatidica mattina d’estate del 79 d.C., Plinio il Giovane osservava dall’altra parte del Golfo di Napoli il Vesuvio seppellire la vibrante città romana e i suoi abitanti sotto tonnellate di cenere e detriti. Per secoli, quel buio ha custodito un silenzio minerale.

Eppure, oggi, in quegli stessi spazi, sta germogliando una nuova vita cromatica: il verde delle foglie di vite. Non si tratta di una semplice decorazione paesaggistica, ma di un ritorno alle origini che profuma di mosto e di terra vulcanica. La cantina Feudi di San Gregorio e il Parco Archeologico di Pompei, in una visione che unisce il rigore scientifico al fascino del territorio, sta dando vita a una vera e propria azienda vitivinicola interna.

Non è una novità assoluta, perché gli studi botanici sulle abitudini alimentari degli antichi pompeiani vanno avanti dagli anni Novanta, ma la vera rivoluzione sta nella creazione di una filiera completa: dalla terra alla bottiglia, tutto avverrà entro i confini del sito archeologico.

Una vigna archeologica nel cuore di Pompei

Immaginate di degustare un vino che nasce da tecniche agronomiche di duemila anni fa, su un terreno vulcanico rimasto intatto, custode di segreti millenari. Ora, questo sarà possibile grazie al lavoro dell’ateneo di Milano e il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco che, sotto la supervisione scientifica del professor Attilio Scienza, hanno mappato il DNA delle viti antiche per ricostruire i sistemi di coltivazione dell’epoca. Il risultato è una vigna archeologica viva e produttiva.

A chiudere il cerchio sarà la costruzione di una cantina interna per la vinificazione e l’affinamento: il vino prodotto sarà quindi una realtà tangibile, un’eccellenza del Made in Italy che sfida i secoli per raccontare la resilienza di un territorio unico.

Ufficio Stampa
La vigna archeologica di Pompei

Una fattoria sociale ai piedi del Vesuvio

Ciò che rende questo progetto davvero originale è la sua anima etica e circolare. È come se il sito archeologico di Pompei stia mettendo da parte i panni di “città morta” per diventare un centro di produzione e scambio, proprio come lo era prima dell’eruzione. La gestione del vigneto, affidata all’agronomo Pierpaolo Sirch, si inserisce in un mosaico più ampio che include la cura degli ulivi secolari e la creazione di una fattoria sociale.

Nelle fasi di lavorazione della terra e della vendemmia saranno infatti coinvolte realtà del terzo settore, trasformando la conservazione del patrimonio in un’opportunità di inclusione. Per chi visita il parco, questo significa scoprire un’archeologia che “produce” futuro, dove la didattica e i laboratori all’aperto offrono un’alternativa alla classica fruizione turistica mordi-e-fuggi. Sorseggiare un calice che affonda le radici nella cenere del Vesuvio diventa così un atto di partecipazione a un progetto millenario.

Ufficio Stampa
I filari nel sito archeologico di Pompei

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