Il trionfo del vuoto e l’azzurro sopra la testa: viaggio tra le navate a cielo aperto di Santa Maria dello Spasimo

Nel cuore della Kalsa, tra mare antico e mura difensive, una chiesa mai conclusa racconta cinque secoli di devozione, potere, dolore civile e bellezza restituita

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Serena Proietti Colonna

Travel blogger

PhD in Psicologia Cognitiva, Travel Blogger, Coordinatrice di Viaggio e Redattrice Web di turismo, una vita fatta di viaggi, scrittura e persone

Se ci mettiamo a pensare a chiese scoperte perché senza tetto, una delle prime immagini che alla maggior parte degli italiani viene in mente è quella dell’Abbazia di San Galgano in Toscana. E se vi dicessimo che nel nostro Paese ce n’è un’altra altrettanto meravigliosa ci credete? Dovete, perché si trova a Palermo e questa è una città che ha un talento raro nel trasformare le ferite in capolavori di un’estetica struggente. Parliamo di Santa Maria dello Spasimo, una meraviglia incastonata nel quartiere della Kalsa e in cui il rumore del traffico quasi si azzera.

Si tratta di un vero e proprio ex luogo di culto ma senza copertura centrale, con una navata che accoglie il cielo, un corpo architettonico segnato da interruzioni, cambi di funzione e stratificazioni dure. Il nome arriva da una devozione precisa: rappresenta il dolore della Madonna davanti al Figlio sotto la Croce. Una scelta intensa che è stata voluta dai monaci olivetani all’inizio del Cinquecento.

Le pareti svettano verso l’alto terminando bruscamente contro il blu intenso della Sicilia, con un effetto che genera un senso di libertà vertiginosa.

Breve storia di Santa Maria dello Spasimo

La genesi di questa struttura risale ai primi anni del Cinquecento, per la precisione al 1506 grazie ai monaci benedettini di Monte Oliveto, con l’appoggio del giureconsulto Jacopo Basilicò. All’epoca il progetto prevedeva una grandezza fuori dal comune, degna della capitale di un regno. Tuttavia, la storia di Palermo ha sempre avuto ritmi bizzarri.

Mentre gli scalpellini lavoravano la pietra locale, la minaccia delle invasioni turche si faceva sempre più concreta. Il Senato cittadino ordinò la costruzione di nuovi bastioni difensivi, sacrificando parte della struttura religiosa per rafforzare le mura della città. Questo segnò l’inizio di una metamorfosi continua, al punto che il complesso non ospitò mai cerimonie solenni per lungo tempo. Anzi, si trasformò in un magazzino di grano, poi in un lazzaretto durante le terribili ondate di peste, in un ospizio e infine in un ospedale.

Queste varie trasformazioni, come è possibile intuire, alterarono parti dell’assetto originario, ma per fortuna senza mai cancellarlo del tutto. Una capitolo molto interessante di Santa Maria dello Spasimo riguarda la celebre tela di Raffaello, “Lo Spasimo di Sicilia”, che Basilicò affidò al pittore per la propria cappella funeraria. L’opera, realizzata intorno al 1517, affronta il tema della caduta di Cristo sotto il peso della Croce, con una forza emotiva che segna una svolta nella pittura sacra.

La storia del trasporto via mare, del naufragio al largo delle coste liguri, del ritrovamento miracoloso e della restituzione grazie all’intervento papale alimenta una narrazione quasi epica. La tavola giunse a Palermo tra il 1518 e il 1519 e venne collocata in un altare marmoreo realizzato da Antonello Gagini.

Oggi quel capolavoro risplende al Museo del Prado di Madrid, lasciando qui (purtroppo) solo l’eco del suo passaggio, anche se non manca una ricostruzione della tela che, in qualche maniera, restituisce il senso originario della cappella.

Ma in tutto questo, perché manca il tetto? L’assenza delle coperture superiori deriva dall’interruzione dei lavori nel XVI secolo, legata alle nuove esigenze difensive della città, a cui si aggiunsero in seguito pure crolli mai riparati.

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L’interno della chiesa incompiuta di Santa Maria dello Spasimo

La magia della visita

Si supera il portale d’ingresso e, istantaneamente, lo sguardo viene rapito dalla navata centrale con il “solo” cielo a fare da volta, mentre la pavimentazione sobria e pulita esalta la verticalità delle arcate. Subito dopo vale la pena posare le sguardo sulle cappelle laterali che raccontano storie precise:

Molto interessanti sono anche i capitelli perché scolpiti con una precisione che sfida i secoli, come lo è l’albero di ailanto che cresce rigoglioso proprio all’interno di una delle cappelle laterali.

E poi non c’è da sottovalutare la luce, che mutando durante la giornata scivola sulle pietre e disegna ombre nette sugli archi. Durante i mesi estivi la chiesa diventa il palcoscenico per concerti jazz e rappresentazioni teatrali. Assistere a uno spettacolo qui, protetti solo dalle stelle, restituisce il senso profondo dell’architettura intesa come spazio vivo.

Recentemente Santa Maria dello Spasimo ha anche subito un profondo lavoro di restauro per la messa in sicurezza e il recupero delle superfici lapidee, delle costolature e degli archi, che ha restituito ai palermitani l’aspetto che loro riconoscono come proprio. Il cantiere prosegue ancora a tratti, soprattutto nell’area del giardino sopra le mura, con attenzione ai reperti archeologici già emersi e che continuano ad affiorare.

Infine sappiate che, oltre al corpo principale della chiesa, meritano attenzione gli spazi del monastero attiguo, ora sede di uffici e scuole di musica.

Come arrivare a Santa Maria dello Spasimo

È facilissimo e, anzi, persino piacevole perché raggiungere questo monumento richiede una passeggiata nel quartiere più antico e stratificato di Palermo: la Kalsa. Partendo dai Quattro Canti, il centro esatto della città storica, bisogna scendere lungo via Vittorio Emanuele verso il mare.

Superata la maestosa Piazza Marina con i suoi ficus giganti, basta inoltrarsi nelle strade interne seguendo la direzione verso il Foro Italico. Il percorso attraversa un’area che mescola palazzi nobiliari restaurati e modeste abitazioni popolari, in un mosaico umano vibrante. Via dello Spasimo appare quasi all’improvviso, segnalata dal bastione cinquecentesco che la sovrasta.

Per chi preferisce i mezzi pubblici, diverse linee di autobus fermano lungo la via Roma o presso la Stazione Centrale, situata a circa 10 minuti a piedi. La zona è quasi interamente pedonale o a traffico limitato, rendendo l’esplorazione a piedi la scelta migliore. Arrivando dalla costa, si può entrare nel quartiere varcando Porta Felice, passeggiando poi tra le botteghe di artigiani e i profumi delle friggitorie di quartiere.

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