La Sicilia occidentale sa essere qualcosa di diverso dalle solite cartoline con templi greci, cannoli e mare cristallino e brilla per qualcosa che sta succedendo adesso e che pochi conoscono davvero. Il racconto del Guardian fa scoprire l’anima più autentica della regione narrando di conventi vuoti, chiese sconsacrate e ex carceri oggi residenze per artisti, musei o laboratori creativi.
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Da Favara a Gibellina
Il racconto parte da Via Maqueda a Palermo, dove al civico 206 un portone con una croce annerita passa quasi inosservato tra folle di turisti e venditori di spremute di melograno. Dentro c’è il Convento dei Crociferi, abbandonato per trent’anni, che sta per riaprire come Museum of World Cities.
L’iniziativa è stata raccontata dalla coppia Andrea Bartoli e Florinda Saievi, che dal 2010 hanno trasformato Favara con Farm Cultural Park nel 2010. Una cittadina che perdeva pezzi e abitanti, finita nel dimenticatoio dopo la chiusura delle miniere di zolfo.
Poi è arrivato il Farm Cultural Park. Prima a Favara c’era un hotel da sei stanze, oggi ci sono 600 posti letto. È un effetto domino che ora tocca il punto più alto con Gibellina, ufficialmente nominata Capitale italiana dell’Arte Contemporanea per il 2026.
C’è una stella d’acciaio enorme di Pietro Consagra che dà il benvenuto in città. Gibellina è nata dalle macerie del terremoto del ’68 come un sogno postmoderno, un’utopia di cemento voluta dal sindaco visionario Ludovico Corrao.
Per anni è sembrata un guscio vuoto, un po’ alienante; adesso però il progetto “Portami il futuro” sta riaccendendo tutto: i centri di Nanda Vigo riaprono, il Giardino Segreto di Francesco Venezia viene ripulito dai graffiti e la Torre Civica di Mendini tornerà a suonare canzoni popolari. Non è più solo un museo a cielo aperto per accademici, è un motore che ha ripreso a girare per davvero.
Dal carcere alle installazioni d’arte
The Guardian racconta anche la visita all’ex carcere di San Vito a Favara, ultimo progetto di Farm Cultural Park. Prima monastero, poi prigione fino al 1996 dove molti mafiosi locali ci hanno scontato pene. Le celle sono ancora tappezzate di risultati di calcio, pagine strappate da riviste, un poster di Robbie Williams con basette anni Novanta.
Adesso quelle celle sono installazioni. Le stanze dei monaci, con muri di pietra spessa perfetti per l’isolamento, sono diventate spazi espositivi singoli. Lorena Caruana, architetta locale che collabora al progetto, spiega al giornale britannico che c’era tanta memoria collettiva legata a questo posto e il desiderio non è cancellarla o ricoprirla dipingendoci sopra ma quello di non trasformare completamente lo spazio.
The Guardian chiude con una riflessione: l’obiettivo è far rivivere i paesi fantasma e gli spazi urbani deserti della Sicilia senza soffocarne la storia. Il presente che sta accanto al passato, senza sostituirlo.
Non è la prima volta che un grande giornale straniero si accorge dell’Italia minore, quella lontana dalle cartoline. Ma stavolta l’attenzione va a un fenomeno che sta prendendo forma proprio adesso, mentre scrivo. Una Sicilia che prova a riformulare il proprio destino usando l’arte non come decorazione, ma come infrastruttura economica e sociale.