Tra le scogliere e i laghi di Coron, nelle Filippine, un viaggio veramente incantato

Un'isola ancestrale fatta di pareti verticali, laghi leggendari e memorie di guerra: Coron è frontiera culturale e paesaggio primordiale, tra le più scenografiche al mondo

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Serena Proietti Colonna

Travel blogger

PhD in Psicologia Cognitiva, Travel Blogger, Coordinatrice di Viaggio e Redattrice Web di turismo, una vita fatta di viaggi, scrittura e persone

Sparsi per il mare che lambisce le coste del nostro mondo, ci sono luoghi in cui sembra che la modernità non sia mai arrivata. Uno di questi è Coron, isola nel gruppo delle Calamianes, a nord di Palawan, che si presenta come una massa calcarea quasi a forma di cuneo che dà l’impressione di essere uscita da un film d’avventura.

Pare quasi di entrare in un regno primordiale, una muraglia invalicabile di pietra carsica grigio scura che, però, nasconde al suo interno bacini idrici leggendari: le pareti verticali raggiungono i 600 metri sul livello del mare e più della metà del territorio è roccia pura. Ma non è solo questo a rendere Coron Island un posto ancestrale. In zona, infatti, a dominare è il popolo Tagbanua, con le famiglie di Banuang Daan e Cabugao che vivono di pesca e della raccolta dei nidi di balinsasayaw, rondoni che costruiscono le proprie dimore nelle grotte calcaree. Un popolo fiero che gestisce il territorio con regole ferree, preservando l’equilibrio tra turismo e sacralità dei posti

Coron è stata infatti dichiarata Game Refuge and Bird Sanctuary nel 1967, poi zona turistica e riserva marina nel 1978. Nel 1992 è entrata tra le aree prioritarie protette dal NIPAS Act. Il risultato di tutto ciò, per chi arriva oggi, è un paesaggio potente, regolato da ingressi contingentati e tasse ambientali che finanziano la gestione locale. Ma sì, vale assolutamente la pena.

Cosa vedere e fare a Coron

Filippine, per molti di noi (e anche a ragione) è sinonimo di spiagge bianche e mare paurosamente limpido. È certamente così anche nei pressi di Coron, ma la verità è che l’isola brilla per la sua verticalità e per i misteri celati sotto la superficie vitrea dei suoi bacini interni.

Lago Kayangan

Siate pronti a un po’ di fatica perché per raggiungere il Kayangan, il lago più fotografato dell’arcipelago, occorre affrontare una scalata ripida lungo gradini di pietra scivolosi e pieni di vegetazione, che a sua volta sembra voler inghiottire il sentiero. Arrivati al belvedere, però, tutto assume un significato diverso: lo specchio d’acqua è racchiuso tra imponenti pareti calcaree, ma soprattutto è così trasparente che le formazioni rocciose sommerse sembrano sospese nell’aria.

I Tagbanua considerano sacre queste acque e immergercisi fa sperimentare la sensazione di volare sopra una città di pietra.

Lago Barracuda

A non troppa distanza si apre il paradiso dei subacquei più tecnici per via della stratificazione termica estrema. Il suo nome è Lago Barracuda, proprio perché qui, stando ai racconti dei locali, vive un enorme esemplare di questo pesce predatore. Chi si immerge si rende conto che, scendendo di qualche metro, si possono percepire variazioni termiche in grado di raggiungere i 38 gradi.

L’effetto, tuttavia, è scenografico anche in superficie per via della presenza di una piattaforma in legno affacciata su un blu intenso.

Twin Lagoon

Due bacini adiacenti separati da una sottile barriera calcarea. Durante la bassa marea si può attraversare una fessura naturale a livello dell’acqua, altrimenti si utilizza una scaletta fissata alla roccia. Il contrasto tra pareti verticali e acqua smeraldo crea un senso di intimità quasi teatrale.

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Le meravigliose Twin Lagoon

Skeleton Wreck e i relitti della guerra

La storia ha lasciato un’impronta indelebile nei fondali di Coron il 24 settembre 1944, quando un attacco aereo statunitense affondò una flotta di navi da rifornimento giapponesi. Relitti come l’Irako o l‘Akitsushima riposano ora sul fondo, trasformati in reef artificiali vibranti di vita.

Queste strutture d’acciaio, lunghi oltre 140 metri, conservano ancora macchinari, piastrelle nelle cucine e persino munizioni. La biodiversità ha colonizzato i ponti di comando: enormi pesci scorpione vigilano sui varchi, mentre nuvole di fucilieri attraversano le stive squarciate.

Maquinit Hot Springs

Tra mangrovie e costa rocciosa, sgorgano piscine di acqua salata riscaldate geotermicamente. La temperatura oscilla tra 38 e 40 gradi, ma al tramonto l’aria si rinfresca e il contrasto termico diventa piacevole. Le strutture sono semplici, con passerelle in legno e capanni per riporre gli zaini.

Mount Tapyas

Oltre 700 gradini conducono su una collina che domina il porto. In cima una grande croce bianca e la scritta che ricorda Hollywood. Dall’alto si osservano le bangka allineate e le isole all’orizzonte. La salita richiede circa 20 minuti e regala uno dei panorami più completi sulla baia.

Le spiagge più belle di Coron

Le coste di Coron Island sono frastagliate e prevalentemente rocciose, quindi distese sabbiose particolarmente grandi non ci sono. Le presenti, infatti, sono piuttosto piccoline. La bella notizia, è che le più estese si trovano sulle isole circostanti che sono facilmente raggiungibili in barca.

Come arrivare e quando andare

Coron Island è certamente un paradiso, ma anche piuttosto remoto. Per arrivare, dunque, occorre un volo interno da Manila o Cebu verso l’aeroporto di Francisco B. Reyes. Una volta atterrati, piccoli furgoni collettivi trasportano i viaggiatori lungo una strada panoramica che taglia le colline erbose di Busuanga fino a Coron Town. Il centro abitato è un groviglio di tricicli a motore, mercati di frutta tropicale e agenzie locali, privo di grandi catene alberghiere ma ricco di pensioni familiari dal fascino rustico.

Il periodo migliore per godere di visibilità eccellente e mare calmo va da dicembre a maggio, durante la stagione secca definita Amihan. In questi mesi il monsone soffia da nord-est garantendo cieli tersi e temperature gradevoli che oscillano tra i 28 e i 33 gradi. Consigliamo di evitare i mesi tra agosto e ottobre: il rischio è di incontrare i tifoni che periodicamente attraversano l’arcipelago.

Spostarsi tra le varie attrazioni implica l’utilizzo delle tipiche bangka, imbarcazioni stabilizzate da bilancieri in bambù che scivolano sicure sopra le formazioni coralline. La navigazione lenta permette di osservare le aquile di mare che volteggiano sopra le vette carsiche, completando un quadro naturale che sembra uscito da un romanzo d’avventura dell’ottocento.

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