Un percorso in treno attraverso il Sud della Tunisia

Viaggio a bordo del Lezard Rouge, su vagoni dal sapore retrò che attraversano il deserto tunisino

Alle porte del deserto, prima che la sabbia conquisti lo spazio sconfinato, c’è un treno che si insinua tra le montagne e sfiora le rocce delle gole di Seldja, uno spettacolare anfiteatro naturale vicino a Metalhoui. È il Lezard Rouge, il trenino che il Bey (‘signore’) di Tunisi usava per recarsi nella residenza estiva di Hammam Lif e che oggi sferraglia, con le sue carrozze restaurate ma dal sapore retrò, fino a Redeyef per una quarantina di chilometri. Inutile fermarsi: abbandonati agricoltura e allevamento, oggi la cittadina vive grazie alle miniere di fosfati e forse non è solo un’impressione che il cielo sia meno blu e terso che altrove.

Solo a una cinquantina di chilometri di distanza si è già in un altro scenario: siamo nello Jerid, il paese dei palmeti. Tozeur, che ne è circondata, nasconde a sua volta Olued el hadef, un quartiere rimasto pressoché intatto nel corso del tempo, con gli alti muri di mattoni chiari d’argilla e sabbia, composti a formare dei caratteristici disegni a rilievo, in cui si aprono le finestre di mashrabiyya, piccoli pezzi di palma intrecciati che lasciano filtrare la luce in complicati arabeschi.

Sulle case basse e sulle cupole svetta il minareto della moschea di El farkous mentre i tappeti, i vasi, le stoffe e le ceste riempiono le strade di colore. Da non perdere il museo Dar Cherait, con la sua collezione di costumi e oggetti tradizionali, la Medina delle Mille e una notte e il parco Chak-Wak. In passato era il punto di partenza delle carovane beduine, oggi lo è per i safari dei turisti verso le coltivazioni di datteri e i marabut di Nefta fino alle oasi e i canyon di Mides, Chebika e Tamerza dove giusto in primavera si possono vedere le cascatelle e azzardare l’ebrezza di un bagno.

Difficile resistere al tepore dei falò, alla brezza pungente della sera mentre il pane cuoce sotto la sabbia e la cenere, al richiamo di un’escursione nel deserto. Del resto ci sono mezzi per tutti. Dromedari, jeep, quad, moto, mongolfiere e perfino speed-sail, il wind-surf su ruote, magari con meta Chott el Djerid (l’antico lago Tritone in cui sarebbe stata bagnata Athena), una salina in cui la temperatura non esita a raggiungere i 50°C. Il paesaggo cambia ancora nello Jebel Ichkeul National Park (patrimonio Unesco da circa 30 anni), un’area naturale sorta intorno al lago Ichkeul e alle sue paludi, che ospita un’incredibile varietà di uccelli e animali: fenicotteri rosa, cicogne, oche, anatre, cinghiali e bufali d’acqua, fischioni, folaghe e moriglioni.

Proseguendo verso Est, le distese salate, chotts, si alternano alle dune e ai palmeti fino ad arrivare alle colline di tufo di Matmata e Tataouine, che i berberi hanno crivellato (fin dal IV sec. a .C) di locali, anfratti e corridoi per ricavarne suggestive e incredibili abitazioni. Alcuni sono depositi accessibili solo con corde, per conservare le granaglie, altre sono in realtà dei crateri rotondi attorno a cui si affacciano stanze e stalle, temperate in inverno e fresche in estate, quando si superano anche i 40°C. Proprio Matmata, considerata il prototipo dei villaggi trogloditi è stata scelta come set cinematografico da George Lucas per Star Wars.

Tataouine, più a Sud, offre paesaggi se possibile più contrastanti, coi suoi magnifici ksour: fortificazioni fatte di piccole camere raggruppate come nidi d’ape su 2-3, talvolta 4 piani, che si ritrovano perfettamente conservate anche nella poco distante Ksar Ouled Soltane.

L’ultima oasi di questo percorso ideale che attraversa il Sud della Tunisia è quella di Gabes, affacciata sul golfo. Se di notte nel deserto sembra di toccare le stelle con le mani tanto sono vicino, qui, per un effetto ottico, sembra di arrivare in una città incantata in mezzo al mare.

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