Nelle terre di Zanna Bianca, sulle tracce di Jack London

Viaggio nello Yukon, a Nord-Ovest del Canada, pari a due volte l'Italia

Prima di ogni cosa lo Yukon, territorio a Nord-Ovest del Canada pari a due volte l’Italia ma con gli stessi abitanti dell’isola d’Elba, era il “grande fiume“, come lo chiamavano gli indiani Athabaska, e le tribù stanziate in Alaska (Kwiguk, sempre il “grande fiume“). Divenne una delle principali vie di trasporto durante la corsa del Klondike che si scatenò tra il 1896 e il 1903, quando il ritrovamento di pepite d’oro nelle acque limpide del Rabbit Creek (oggi Bonanza Creek) attirò migliaia di avventurieri – tra cui Jack London – con sogni di gloria e ricchezza.

Chi ci vive assicura che la maggior parte di ciò che si legge sullo Yukon è falso. O per lo meno, ognuno ha la sua personalissima idea e quindi va da sé che bisogna farsela da soli. «Non ho portato a casa nulla, solo lo scorbuto» scrisse London, mentendo: quell’anno durissimo lo portò a conoscere lo spirito del Grande Nord, il freddo pungente, i colori della wilderness, i silenzi, gli animali ma anche le storie di quegli avventurieri che gli ispirarono la maggior parte dei suoi racconti nonché Il richiamo della foresta e Zanna bianca. Passato qualche anno, al sicuro nella sua S. Francisco riconobbe: «Lassù ho trovato me stesso: lì nessuno parla. Ognuno pensa. Così ti crei il tuo punto di vista. Io mi sono fatto il mio».

Arrancò sulle racchette da neve, guidò la slitta, incitò cani, e navigò a bordo di una barca costruita coi suoi tre compagni, la Yukon belle, evitando blocchi di ghiaccio, passando cinque laghi, superando in tre minuti, che dovettero sembrare un eternità una trappola di roccia dalle pareti a strapiombo che strozzano il fiume in pochi metri di larghezza e in un gorgo altissimo. Sentì il crepitio del gelo e l’ululato del vento, la dura vita del branco, l’intraprendenza ma anche la follia dell’uomo. Molti cercatori morirono per poca polvere d’oro e una manciata di dollari, altri impazzirono (e ancora accade) nelle cabin, piccole baracche fatte con tronchi di legno, una finestrella e la porta bassa, dove ci si riscaldava attorno alla piccola stufa.

Nessuno è riuscito a ricostruire e a descrivere quell’anno con la stessa precisione, meticolosità e passione di Dick North, arrivando perfino a individuare la cabin di London a Mayo, grazie a un’incisione sul legno in cui si definiva «minatore, autore». Sappiamo che con i suoi tre compagni tirò le canoe a riva a Juneau alle 15.30 del 5 agosto 1897, e che il 9 ottobre arrivò vicino all’isola di Stewart, alla confluenza tra lo Stewart e lo Yukon, in realtà un gruppo di quattro isolette, tre grandi e una più piccola. Si fermarono sulla più alta con l’idea di passarvi l’inverno, circondati da abeti rossi, pioppi, salici e ontani, linci, castori, lepri e faine, coyote, alci (dinjek, li chiamano i nativi), caribù (woodsik), volpi (neco), orsi (sho), ghiottoni (netro), procioni, opossum e topi muschiati. «Un inferno bianco di freddo e gelo» assicura Dick North, ma il periodo migliore per vedere le aurore boreali (oltre che in primavera). L’unica concessione per cercare l’oro che sia stata registrata a suo nome è qui vicino, 4 km sopra il primo canyon dalla biforcazione con Henderson Creek.

A dicembre era già a Dawson City, circa 120 km più a nord, in un tenda di due metri e mezzo per tre e mezzo, una parte della quale occupata da un stufa. London e i suoi dormivano su mucchi di arbusti di abete o, in mancanza, di un telo catramato su cui poggiavano sacchi a pelo e coperte come la maggior parte della gente che si trovava in città. Fu qui che London conobbe i fratelli Louis e Marshall Bond e fu nella loro cabin, che passò l’inverno, con il cibo dei cercatori rimasti nelle tende sistemato sul tetto per evitare che venisse spazzolato dai cani. L’incontro con i fratelli Bond si rivelò decisivo: fu proprio il loro cane Jack, un imponente incrocio di 70 kg tra un san bernardo e un pastore tedesco, a ispirargli il Buck de Il richiamo della foresta. E fu sempre qui che London conobbe quel capitano E.T. Barnette, cercatore e minatore, dei cui racconti si servì per dar vita a Zanna bianca.

Imprescindibile tappa, quindi, per chi voglia ripercorrere il suo viaggio, Dawson City è in pieno territorio degli indiani Tr’ondek Hwech’in, la cui esistenza secolare di caccia e pesca del salmone nelle acque del Klondike River finì con l’essere letteralmente sconvolta dalla corsa all’oro. Fu Chief Isaac a battersi strenuamente – negli stessi anni in cui lottava con altrettanta forza Geronimo – perché i loro canti e le loro storie non andassero perse. La comunità è riuscita a ottenere riconoscimenti e uno statuto solo nel 1991, diventato effettivo nel 1998: una riserva di mille miglia e un fondo di 21 milioni di dollari per 614 persone, gestiti dal Danojà Zho Cultural Centre (o Long Time Ago House) con l’intento di preservare il patrimonio culturale, la lingua (Han) e di proteggere i diritti dei propri cittadini.

Oggi il paese, 2mila anime, vive di turismo con tanto di casinò e ballerine, pallido ricordo dello splendore che questa cittadina di frontiera conobbe alla fine dell’800 quando di abitanti arrivò ad averne 100mila. Le case dai colori pastello sono in legno, senza fondamenta (per il permafrost), con marciapiedi e passerelle sufficienti a evitare la polvere d’estate e la neve dell’inverno. Poco fuori, a circa 7 km a Sud Est, dal Midinight Dome si gode una vista panoramica incredibile sulla città, sullo Yukon River, sulla Klondike Valley e le montagne Ogilvie. Non resta che avventurarsi su una delle highway.

Verso Nord-Ovest la Top of the world si imbocca dopo aver preso il George Black Ferry: se anche con London può non avere nulla a che fare (tranne forse qualche corsa coi cani) la maggior parte del suo percorso avviene sulla cima delle montagne e offre una vista davvero unica. Continuando sulla Taylor highway per Chicken (si dice che debba il suo nome all’indecisione dei primi arrivati nel definire un uccello tipico del posto, il Ptarmigan, una pernice bianca) e Tok (la capitale dei cani da slitta, 1200 abitanti nonché centro degli indiani Athabasca), si finisce con imboccare la Alaska highway e raggiungere Fairbanks verso Nord o al contrario, verso Sud, fino al Kluane National Park and Riserve, patrimonio Unesco da vent’anni, uno spettacolo di tundra, laghi glaciali e fiumi incontaminati.

Verso Sud la Klondike highway si snoda lungo un percorso simile a quello che fecero i cercatori d’oro. A Stewart Crossing si può scegliere se proseguire verso Est a Mayo – dove fu scoperta la cabin di London – e Keno City (una ventina di abitanti) oppure verso Sud, passano Carmacks, territorio degli indiani Selkirk dove si trovano le insidiose Five Fingers Rapid, fino a Whitehorse, la capitale dello Yukon (24mila abitanti).

Infine la Dempster highway che da Dawson City si spinge a Nord-Est per oltre 700 km nel cuore di un ecosistema unico: il Tombstone National Park, la Patagonia del Nord. A cornice alla tundra si susseguono montagne mozzafiato, branchi di caribù, alci, grizzly e una quantità incredibile di fiori e uccelli. Attraversare la Dempster highway nei racconti di chi l’ha fatta significa entrare in un nuovo mondo, verso Eagle Plains, il circolo polare artico, Inuvik e più su ancora a Tuktoyaktuk, sul mare di Beaufort.

Nelle terre di Zanna Bianca, sulle tracce di Jack London