In Africa c’è un regno ricco d’acqua, scopri qual è…

«La signora Ramotswe si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi. Sapeva che a questo mondo esistevano posti sempre verdi e rigogliosi, dove l’acqua non significava niente perché ce n’era sempre, dove il bestiame non era mai magro e indolente; lo sapeva. Ma non voleva vivere in un posto del genere, perché non sarebbe stato il Botswana, o almeno non il suo Botswana».

La precisazione dell’investigratrice privata inventata da Alexander McCall Smith – la citazione è da Scarpe azzurre e felicità, Guanda – e residente nella capitale Gaborone, è d’obbligo. Perché il Botswana, Paese incastonato al centro dell’Africa meridionale, attraversato dal Tropico del Capricorno e coperto per il 70% dal deserto del Kalahari, è anche una terra fluida e rigogliosa, dove scorrono fiumi pigri e l’acqua abbonda.

La è soprattutto la parte settentrionale della repubblica nata nel 1966, dopo 81 anni di protettorato britannico, un triangolo rovesciato che ha come base il confine con la Namibia a nord e come vertice la cittadina di Maun. In mezzo le attrazioni più visitate della nazione, il Parco Nazionale del Chobe, la Moremi Game Reserve e il Delta del fiume Okavango.

È questa la più straordinaria magia che il Botswana riesce a compiere, far sparire un corso d’acqua lungo 1.600 km e capace di una portata fino a 1.000 metri cubi d’acqua al secondo in un dedalo di canali, laghi e paludi, punteggiato da lingue di terra e isole, disteso su 15.000 km quadrati. Qui il “fiume che non incontra mai il mare” si spande sulla terra altrimenti arida che precede il deserto e alimenta una flora lussureggiante fatta di canne, papiri, candidi gigli d’acqua e maestosi alberi di baobab e kigelia africana, meglio nota come “albero delle salsicce” per via dei grandi frutti simili a insaccati che pendono dai suoi rami. E che rappresentano uno dei cibi preferiti dai numerosi animali che popolano il delta, dagli ippopotami agli elefanti, dai babbuini ai facoceri, dai coccodrilli alle giraffe. I veri dominatori della zona, dove non esistono strutture permanenti ma solo campeggi e campi tendati extralusso (qui è stato scattato il Calendario Pirelli 2009) e dove è tradizione spostarsi a bordo di lunghe canoe chiamate “mokoro“, sono però gli uccelli, di ogni taglia, genere e colore, le ranocchie e le rare antilopi ungulate “sitatunga”.

Chi cercasse, invece, la più classica fauna africana può spostarsi nella parte orientale del Delta, dove si trova la Moremi Wildlife Reserve, un’area cintata di 3.000 km quadrati dove si aggirano tutti i Big Five (le cinque bestie più difficili da abbattere durante la caccia, vale a dire elefante, bufalo, leone, leopardo e rinoceronte), ma anche iene, ghepardi, sciacalli, licaoni e tutte le specie di antilopi.

Il vero paradiso dei safari sta però più a nord: è il Parco Chobe, il secondo per dimensioni in tutto il Botswana. I suoi 11mila km quadrati sono suddivisi in quattro differenti ecosistemi: le paludi di Savuti a ovest, gli acquitrini del fiume Linyanti nell’angolo nord-occidentale, un’ampia distesa secca detta (anche in Botswana) “hinterland” e l’area di Serondela. Quest’ultima, grazie all’abbondanza di vegetazione, la vicinanza al confine con lo Zimbabwe e alle Cascate Vittoria e la ricchezza di acque del fiume Chobe, è la più visitata (molti i lodge) e popolata di animali. Ma sebbene siano presenti leoni, timidi leopardi, antilopi, ippopotami, facoceri e coccodrilli in quantità, sono gli elefanti la vera attrazione.

Il parco ospita infatti una popolazione stimata di quasi 70.000 pachidermi (su un totale dell’Africa meridionale di circa 270mila). Le loro sagome lente e imponenti si vedono a chilometri di distanza, le loro tracce – cumuli di sterco, alberi spogliati di foglie, rami e cortecce, piste battute dalle enormi zampe – anche da più lontano. Ma l’emozione più grande la si prova avendo la fortuna di trovarsi sulla sponda del fiume nell’ora prossima al tramonto in cui i branchi vengono ad abbeverarsi prima della notte. Essere circondati da decine di questi giganteschi e placidi animali mentre giocano nell’acqua, si cospargono di fango e insegnano ai piccoli ad attraversare le pozze più profonde è un’esperienza primordiale e unica. Che rimane impressa nella memoria, come il riflesso di un tramonto africano sulle acque del fiume. Con buona pace della signora Ramotswe.

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