La rinascita dell’Isola di Pasqua (grazie alla pandemia)

L'isola di Pasqua ha saputo sfruttare al meglio tutti i disagi portati dalla pandemia e dall'assenza di turismo: ecco in che modo

La pandemia che da mesi sta affliggendo il mondo intero ci ha sicuramente costretti a rivedere il nostro modo di viaggiare. Molti sono i Paesi che stanno implementando protocolli di sicurezza, pur non nascondendo che la situazione ha creato notevoli disagi. Ma c’è un luogo, invece, che grazie alla pandemia ha visto una vera e propria rinascita: l’Isola di Pasqua, meraviglioso lembo di terra cileno.

Un posto, questo, situato nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico e famoso soprattutto per le sue 887 figure umane monolitiche, note come Moai. Tuttavia, il 16 marzo del 2020 il il Sindaco Pedro Edmunds Paoa ha dovuto prendere la dura decisione di cancellare tutti i voli in arrivo sull’isola, terminando di fatto la stagione turistica. Strategia che ha portato questa minuscola isola a contare solo 5 casi di Covid-19, a differenza del Cile che ne ha avuti decisamente di più.

Paoa, però, è abbastanza certo che il successo di tutto questo non dipenda solo dall’isolamento, ma anche dalla tradizione del Tapu, secondo la quale tutti devono restare nelle loro case e allontanare ogni contatto sociale, onde evitare una punizione imposta dagli spiriti degli antenati.

Un vero e proprio principio basato sulla cura di sé e sul rispetto delle norme della natura, con restrizioni spirituali e divieti condivisi. In poche parole le cose che sono Tapu devono essere lasciate sole e non possono essere affrontate, interferite o, in alcuni casi, discusse ad alta voce.

Dopo aver utilizzato con successo il Tapu come forma di quarantena nei primi giorni della pandemia, il governo ha deciso di far rivivere un altro antico principio fondamentale alla sua gente: l’Umanga, o lavoro reciproco tra vicini, per dare agli isolani uno scopo condiviso.

E grazie a queste due tradizioni, l‘Isola di Pasqua ha sì scongiurato con successo il coronavirus, ma è anche riuscita a rivivere pratiche antiche al fine di tracciare un futuro più sostenibile

Infatti, nel corso degli anni gli abitanti dell’isola avevano dimenticato le loro tradizioni passate per fare spazio alla modernizzazione. E questa pandemia, sempre secondo Paoa, ha fatto riscoprire agli isolani i concetti di Tapu e Umanga, rendendo il Covid-19 il trigger giusto per spingere i locali a potenziare un programma che mira a rendere l’isola autosufficiente e priva di sprechi entro il 2030.

La pandemia, quindi, è diventata un’opportunità per far rinascere l’isola di Pasqua in un’ottica più sostenibile, poiché l’Umanga è l’esempio perfetto di come il coronavirus abbia aiutato questo incredibile luogo del mondo a rendersi conto che aveva bisogno di un paradigma completamente nuovo, basato meno sul turismo in crescita e più sul ritorno ai modi ancestrali di auto-sostenibilità, che sono stati persi nel tempo.

E come ha ben spiegato il Sindaco : “Quello che ha fatto la pandemia è stato cambiare la posizione della maschera dagli occhi alla bocca. Ci ha chiuso la bocca, perché abbiamo continuato a mangiare e consumare e cercare denaro, costruire e distruggere la natura e la nostra fragile cultura, senza vedere il pericolo in cui ci stavamo mettendo. Ora, i nostri occhi sono aperti e siamo più desiderosi di promuovere la sostenibilità con parole, azioni e piani, di quanto non lo fossimo mai stati prima.”

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Spiaggia Anakena, Isola di Pasqua @iStock

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La rinascita dell’Isola di Pasqua (grazie alla pandemia)